Negli ultimi anni la fiducia nella democrazia è calata in molti paesi occidentali, mentre cresce l’attrazione per leader e soluzioni autoritarie. Una possibile chiave di lettura arriva dalla psicoanalisi. Ne scrive Lucy sulla cultura.
Per anni la scienza politica ha dato quasi per scontato che, una volta “consolidata”, la democrazia avrebbe resistito. Qualche anno fa, i politologi Roberto Stefan Foa e Yascha Mounk hanno invece proposto una lettura inquietante: il de-consolidamento democratico, un processo graduale di distanziamento emotivo dalla democrazia, crea i presupposti per un’apertura verso soluzioni autoritarie e rafforza tensioni antisistema. Alcuni numeri sembrano raccontare questa febbre: nei paesi ad alto reddito monitorati dal Pew Research Center la soddisfazione per il funzionamento della democrazia è scesa dal 49% al 35% in otto anni, toccando nel 2024 un minimo storico senza inversioni di tendenza. In Italia, il 30% degli intervistati ritiene che le autocrazie siano più adatte allo “spirito dei tempi” (Censis, 2025); tra i giovani europei, il 21% dichiara che in determinate circostanze (non meglio specificate) preferirebbe forme di governo autoritarie (YouGov per Fondazione TUI, 2025).
Sul piano elettorale, dall’estate scorsa, per la prima volta nella storia contemporanea, partiti di destra radicale e populista guidano simultaneamente i sondaggi nelle tre maggiori economie europee (Alternative für Deutschland in Germania, Rassemblement National in Francia e Reform UK nel Regno Unito), mentre i partiti tradizionalmente associati alla riduzione delle disuguaglianze mostrano segni di sofferenza. Ed ecco il paradosso: perché persone che avrebbero molto da guadagnare da politiche di giustizia economica, civile e climatica sostengono politici che riducono tutele e strumenti di rappresentanza?
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