All’inizio di febbraio è scaduto il trattato New START, l’ultimo accordo di riduzione degli armamenti strategici tra Russia e Stati Uniti, che limitava a 1.550 il numero di testate nucleari operative per ciascuno dei due paesi. Nessuna delle due parti ha mostrato intenzione di rinnovarlo o sostituirlo. Il Bulletin of the Atomic Scientists ha risposto spostando il suo Orologio dell’Apocalisse (un indicatore simbolico della vicinanza dell’umanità all’autodistruzione, istituito nel 1947) a 85 secondi dalla mezzanotte, la posizione più vicina al limite da quando esiste lo strumento. A fare il punto sulla situazione è un editoriale pubblicato da Nature.
Il quadro geopolitico è preoccupante per diverse ragioni. Nel 2024 il presidente russo Vladimir Putin ha abbassato la soglia per l’uso delle armi nucleari, estendendo la possibilità di una risposta atomica anche a un attacco convenzionale. La Cina dispone attualmente di circa 600 testate nucleari, con altre in produzione. E alla fine di ottobre 2025 la Russia ha annunciato di aver testato due armi nucleari, lo stesso giorno in cui il presidente statunitense Donald Trump ha ordinato al Dipartimento della difesa di valutare la ripresa dei test anche da parte degli Stati Uniti.
Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, quando i test nucleari in atmosfera erano al loro apice, la comunità scientifica iniziò a documentarne gli effetti sulla salute umana. Uno dei primi studi rilevò che i bambini nati nel 1958 negli Stati Uniti avevano concentrazioni più alte di stronzio-90 nei denti rispetto a quelli nati nel 1947: una prova che le ricadute radioattive (i detriti prodotti dalle esplosioni nucleari, capaci di viaggiare a grande distanza dai siti di test) si diffondevano ben oltre le zone di sperimentazione. Questa evidenza portò alla firma del Trattato per la messa al bando parziale dei test del 1963, che proibì le esplosioni nell’atmosfera, sott’acqua e nello spazio.
Le ricerche successive hanno mostrato che i radionuclidi a lunga vita (atomi instabili che emettono radiazioni ionizzanti nel processo di decadimento, dannose per i tessuti biologici) prodotti da questi test – tra cui il plutonio-239 – persistono nel suolo per millenni. Le popolazioni più colpite dalle ricadute sono state storicamente quelle delle comunità più povere e marginalizzate, incluse molte comunità indigene.
Nel 1996 il Trattato per la messa al bando completa dei test nucleari ha esteso il divieto anche alle esplosioni sotterranee. Stati Uniti, Russia e Cina lo hanno firmato ma non ratificato; nonostante questo, i paesi firmatari lo hanno per lo più rispettato. Il trattato prevede una rete globale di stazioni di monitoraggio in grado di rilevare test condotti ovunque nel mondo.
Chi sostiene la ripresa dei test afferma che le esplosioni sotterranee siano sicure. Ma sicure per chi, e per quanto tempo? Dalla prima metà degli anni ’90, i paesi dotati di armamenti nucleari hanno sviluppato metodi per mantenere i propri arsenali senza ricorrere a esplosioni fisiche. Gli Stati Uniti, che hanno effettuato circa mille test nel corso della storia, hanno fondato su quella base di conoscenze il loro programma di gestione dell’arsenale, che utilizza modelli computazionali per simulare il comportamento dei materiali nucleari nel tempo. Russia e Cina hanno percorsi analoghi. Esiste oggi un ampio consenso scientifico sul fatto che questi metodi rendano i test fisici non necessari.
Il rischio maggiore di una ripresa non è solo sanitario o ambientale: è strategico. Se uno dei principali attori decidesse di riprendere i test, altri potrebbero seguirne l’esempio, innescando una reazione a catena difficile da fermare. Il mondo lo aveva già visto nel maggio 1998, quando India e Pakistan effettuarono test sotterranei a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, in un confronto che sfociò l’anno successivo in un conflitto.
Le ragioni per non testare armi nucleari, scrive Nature, sono oggi valide esattamente come lo sono sempre state. La scienza le ha documentate con precisione per decenni. Ignorarle non le rende meno fondate.
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