L’intelligenza artificiale ha raggiunto una maturità tale da rendere la traduzione istantanea una realtà quotidiana. Dalle videochiamate in tempo reale ai doppiaggi automatici presenti sulle piattaforme social come TikTok, le barriere linguistiche sembrano destinate a dissolversi sotto la pressione di strumenti avanzati sviluppati da colossi come OpenAI, Meta e Google. Questa capacità di tradurre quasi istantaneamente decine di lingue solleva un interrogativo fondamentale che riguarda non solo l’utilità pratica, ma l’essenza stessa dell’apprendimento: se le macchine possono svolgere questo compito più velocemente e con maggiore precisione degli esseri umani, ha ancora senso investire anni nello studio di una lingua straniera?
La logica che spinge verso l’abbandono dello studio linguistico appare, a prima vista, convincente. Storicamente, spiega un articolo su The Conversation, l’umanità ha sempre delegato compiti cognitivi a strumenti esterni per liberare risorse mentali: la scrittura ha ridotto la necessità di affidarsi esclusivamente alla memoria, così come la calcolatrice ha eliminato il peso del calcolo mentale. L’intelligenza artificiale si inserisce in questa lunga tradizione di estensione delle capacità umane. Tuttavia, esiste una distinzione cruciale tra l’utilizzo di un supporto per potenziare le proprie abilità e l’uso dello stesso per evitare del tutto uno sforzo necessario. Quando parliamo di lingue, non stiamo solo parlando di sostituire una competenza tecnica, ma di un processo di coinvolgimento cognitivo e culturale.
Un elemento centrale in questo processo è il ruolo dello sforzo. In psicologia, esiste il concetto di “difficoltà desiderabili” (processi che, pur apparendo meno efficienti nel breve termine, favoriscono una memorizzazione e una comprensione più profonde e durature). Scontrarsi con la grammatica, cercare la parola esatta o tentare di costruire un significato attraverso diverse strutture linguistiche attiva reti cerebrali che supportano la memoria, l’attenzione e la flessibilità cognitiva. Questo impegno costante contribuisce a quella che i ricercatori definiscono resilienza cognitiva, ovvero la capacità del cervello di mantenere le proprie funzioni durante l’invecchiamento. Gestire più lingue richiede al cervello di risolvere conflitti tra stimoli diversi e di adattarsi dinamicamente al contesto, un compito che la semplice traduzione passiva, effettuata con un clic, non può stimolare.
Le evidenze scientifiche sul multilinguismo suggeriscono che i benefici non siano uniformi per tutti, ma dipendano dalla profondità dell’esperienza linguistica. Un recente studio approfondito, riportato da The Conversation, ha esaminato le prestazioni cognitive di 94 adulti con età compresa tra i 18 e gli 83 anni, analizzando compiti legati alla memoria di lavoro, all’attenzione e all’inibizione. I risultati indicano che, mentre i multilingui e i monolingui mostrano prestazioni simili in molti compiti, chi possiede un’esperienza multilingue più ricca e diversificata manifesta prestazioni nettamente superiori nella memoria di lavoro visuo-spaziale, ossia la capacità di elaborare e mantenere informazioni legate a immagini e spazi. Questo effetto è particolarmente evidente nelle persone più anziane, suggerendo che l’uso prolungato di più lingue possa fungere da meccanismo di protezione per specifiche funzioni cognitive nel tempo.
Nonostante l’efficacia dell’intelligenza artificiale nella velocità e nell’accessibilità, la tecnologia opera attraverso il riconoscimento di schemi statistici e non attraverso una reale comprensione. Può quindi eccellere nel catturare la dimensione letterale di un messaggio, ma fatica molto a interpretare il contesto culturale, l’ironia, il registro sociale o il significato emotivo radicato nelle parole. Una traduzione automatica può restituire il contenuto informativo di una frase, ma perde l’intenzione, la vulnerabilità e l’emozione che caratterizzano l’interazione umana.
In definitiva, imparare una lingua non significa semplicemente imparare a tradurre, ma imparare a partecipare. La conoscenza di una lingua straniera comporta la comprensione di come le persone pensano, quali siano i loro valori e come la storia modelli il significato delle parole. Come emerge dalle testimonianze dei partecipanti allo studio citato, parlare più lingue significa spesso abitare diverse identità o “sé” differenti. L’intelligenza artificiale potrà certamente trasformare il modo in cui studiamo, personalizzando l’insegnamento e riducendo le barriere iniziali, ma non potrà mai sostituire il lavoro cognitivo e culturale che nasce dal tentativo di comprendere il mondo attraverso una nuova lente linguistica. Quel lavoro, pur essendo faticoso, è ciò che ci permette di stabilire una relazione profonda con l’altro.
(Foto di zhendong wang su Unsplash)
Noi ci siamo
Quando è nata Avis Legnano i film erano muti, l’Italia era una monarchia e avere una radio voleva dire essere all’avanguardia. Da allora il mondo è cambiato, ma noi ci siamo sempre.
