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Il sistema delle relazioni internazionali sta attraversando una profonda trasformazione, caratterizzata da una progressiva ridefinizione delle priorità politiche dei governi a favore della competizione e della difesa nazionale. Questa evoluzione si riflette in modo preoccupante sulle risorse storicamente destinate allo sviluppo e alla lotta alla povertà, con l’attenzione dei paesi donatori che si sta spostando dalla prevenzione sociale alla reazione militare. Come evidenzia un’analisi pubblicata sul blog della London School of Economics, questo fenomeno, noto come securitizzazione degli aiuti, rischia di indebolire gli investimenti strutturali nel contrasto alla povertà, nella riforma dei sistemi di governo e nell’adattamento al cambiamento climatico. Le rilevazioni dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico indicano infatti che, nel corso degli ultimi anni, l’APS (Aiuto pubblico allo sviluppo), ovvero l’insieme dei flussi di finanziamento pubblico destinati a promuovere la crescita economica e il benessere sociale dei paesi più svantaggiati, ha registrato una contrazione del 9 per cento. Al contrario, le spese militari globali hanno raggiunto la cifra record di oltre 2mila miliardi di sterline (pari a circa 2mila e 400 miliardi di euro), segnando l’incremento più rapido dalla fine della Guerra Fredda.

La transizione verso un modello di bilancio fortemente sbilanciato sulla sicurezza ha subito un’accelerazione in seguito all’inizio del conflitto in Ucraina, spingendo i governi europei a modernizzare rapidamente le proprie capacità belliche e a investire nella deterrenza. Dinamiche analoghe si registrano nell’area dell’Indo-Pacifico, dove le crescenti tensioni hanno spinto nazioni come Giappone, Australia e India a convogliare risorse ingenti verso sistemi di sicurezza informatica, infrastrutture di intelligence e protezione delle catene di approvvigionamento tecnologico. In questo scenario di mobilitazione difensiva, i finanziamenti destinati all’assistenza umanitaria e allo sviluppo dei paesi terzi subiscono una doppia pressione: da un lato vengono ridotti all’origine, dall’altro vengono trattenuti all’interno dei confini degli stessi paesi donatori per coprire i costi associati all’accoglienza dei rifugiati, al contenimento dei prezzi dell’energia e alle risposte economiche interne.

Il limite principale di questo approccio risiede nell’illusione di poter risolvere le crisi globali unicamente attraverso la forza militare, trascurando le cause strutturali che generano l’instabilità. Esiste infatti una contrapposizione profonda tra due diverse visioni della protezione sociale dei popoli, spiega l’analisi: la sicurezza “statocentrica” (la visione tradizionale concentrata sulla difesa militare delle frontiere nazionali, la deterrenza e l’intelligence) e la sicurezza umana (l’approccio multidimensionale che individua nella tutela della salute, dei mezzi di sussistenza e dell’istruzione le vere fondamenta di una pace stabile e duratura). I dati raccolti dal Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo confermano lo stretto legame biologico e sociale tra l’esclusione economica, la mancanza di accesso alle cure primarie e la vulnerabilità ai conflitti armati. Ridurre l’assistenza internazionale in territori già fragili come il Sahel o il Corno d’Africa significa privare le comunità locali degli strumenti minimi per la resilienza sanitaria e climatica, preparando il terreno per nuove emergenze umanitarie.

La diminuzione dei finanziamenti agevolati mette a rischio gli obiettivi internazionali per lo sviluppo sostenibile, con particolare riferimento alla riduzione della povertà, alla sicurezza alimentare, alla tutela della salute e all’istruzione di base. Paesi in costante emergenza, come la Somalia o la Repubblica democratica del Congo, dipendono in larghissima parte dal supporto esterno per il mantenimento dei servizi medici essenziali e per la prevenzione delle epidemie. In queste aree, l’impatto dei cambiamenti climatici – che si manifesta sotto forma di siccità prolungate, alluvioni e desertificazione dei terreni agricoli – agisce come un moltiplicatore dei rischi biologici, distruggendo le fonti di sussistenza e innescando spostamenti forzati di popolazione che superano ormai i 120 milioni di profughi a livello mondiale. In assenza di adeguate risorse di prevenzione, il collasso dei sistemi sanitari locali rischia di esacerbare i fenomeni di criminalità organizzata ed estremismo, creando un circolo vizioso in cui il peggioramento delle condizioni di vita viene utilizzato dai governi occidentali per giustificare una spesa militare ancora superiore.

Per spezzare questa dinamica e promuovere un benessere globale sostenibile, secondo il blog della LSE è indispensabile che i decisori politici e le istituzioni finanziarie internazionali cambino prospettiva, superando la falsa dicotomia tra l’agenda dello sviluppo e quella della sicurezza. L’istruzione, l’accesso universale alla salute, l’occupazione giovanile e l’adattamento ai cambiamenti climatici devono essere riconosciuti come priorità strategiche di prevenzione e non come semplici concessioni di welfare secondario.

(Foto di Matthew TenBruggencate su Unsplash)

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