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Secondo le stime dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), circa 4,2 milioni di persone in 94 paesi del mondo sono apolidi, ossia prive di cittadinanza. Si tratta appunto di stime, perché spesso i diversi stati non raccolgono dati sull’apolidia. È quindi probabile che il fenomeno sia molto più ampio e che le cifre siano ben più alte.

Essere apolide rappresenta un grosso problema, perché esclude le persone sia dai diritti riservati ai cittadini dello stato in cui si trovano, sia da quelli garantiti agli stranieri. «Gli apolidi – spiega l’Unhcr – spesso non possono esercitare i diritti più basilari, quali poter frequentare la scuola, lavorare legalmente, accedere all’assistenza sanitaria, contrarre matrimonio o registrare la nascita dei propri figli. […]

Non essendo riconosciuti come cittadini, gli apolidi sono spesso privati di diritti legali o dell’accesso ai servizi di base. Tale condizione li porta a essere emarginati sul piano politico ed economico e vulnerabili a discriminazioni, sfruttamento e abusi. Inoltre, potrebbero non avere accesso a test, cure e vaccini anti COVID-19, e avere limitato accesso ad aiuti o protezione dai rischi correlati all’emergenza climatica».

#IBelong

Nel 2014 l’Unhcr ha lanciato la campagna #IBelong per sensibilizzare i governi mondiali affinché ponessero fine al problema. Da allora, secondo le cifre dell’Onu, oltre 400 mila persone apolidi in 27 paesi hanno acquisito una nazionalità, e altre decine di migliaia in tutto il mondo possono accedere a procedure per la richiesta di cittadinanza attivate di recente.

A oggi, 96 stati hanno firmato la Convenzione Onu del 1954 sullo status degli apolidi e 76 quella del 1961 sulla riduzione dell’apolidia. 29 di questi hanno aderito alle due Convenzioni sull’apolidia nell’arco degli ultimi sette anni, mostrando uno sforzo verso la soluzione del problema a livello globale.

L’apolidia, spiega ancora l’Unhcr, è generalmente il risultato di lacune e carenze nelle normative in materia di cittadinanza e delle modalità con cui queste ultime sono attuate. La discriminazione – compresa quella nei confronti di determinati gruppi etnici o religiosi, o basata sul genere – rappresenta una delle principali fonti di apolidia.

«I governi – sottolinea l’Unhcr – detengono il potere di varare riforme in ambito normativo e politico che consentano alle persone apolidi presenti sul proprio territorio di acquisire la cittadinanza, o che, in primo luogo, prevengano il manifestarsi dell’apolidia, talvolta con un mero tratto di penna e con l’apporto di modifiche normative relativamente semplici. Si tratta di una condizione la cui manifestazione è evitabile e di facile soluzione».

La situazione in Italia

In Italia, secondo le stime disponibili, le persone apolidi o a rischio apolidia potrebbero essere circa 3 mila. Per la maggior parte appartengono a comunità Rom originarie dei Balcani Occidentali che vivono in Italia da molti anni, mentre le restanti persone apolidi provengono da paesi o territori come l’ex Unione sovietica, Cuba, Cina (Tibet) e i Territori Palestinesi Occupati. L’Unhcr ha elaborato delle raccomandazioni rivolte al Governo dove evidenzia l’importanza di disporre di procedure per la determinazione dell’apolidia trasparenti, efficaci e accessibili, di prevenire l’apolidia assicurando l’effettiva acquisizione della cittadinanza alla nascita da parte dei minori altrimenti apolidi, e di proteggere gli apolidi privi di documenti dal rischio di ingiusta detenzione o espulsione.

(Foto di ConvertKit su Unsplash )

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