Alcuni giornali si sono chiesti se l’avocado possa essere considerato o meno un alimento vegan friendly. La domanda deriva probabilmente dalla pubblicazione di alcuni articoli, come questo del Washington Post e questo di The Conversation, che pongono la questione in questi termini.
Tutto ha a che fare con lo “sfruttamento” del lavoro delle api. In agricoltura, soprattutto in alcune zone degli Stati Uniti, è frequente l’uso della cosiddetta apicoltura migratoria. In pratica gli apicoltori prendono i loro alveari, li caricano su dei furgoni, e li trasportano per migliaia di chilometri verso terreni le cui colture hanno bisogno di essere impollinate. È una pratica diffusa nella coltivazione di molta frutta, verdura ed erbe varie, tra cui mandorle, avocado, mele, prugne, ciliegie, erba medica, mirtilli, angurie, meloni cantalupo, cetrioli, zucche, lattuga, zucchine e mandarini. Per le mandorle la “finestra” utile per l’impollinazione dei fiori è di appena cinque giorni. Troppo rischioso sperare che se ne occupino gli insetti che normalmente popolano le coltivazioni. Meglio quindi trasportare sul posto un piccolo esercito di api domestiche, che assicureranno un’impollinazione massiccia, e quindi un grande raccolto.
Secondo una stima dello Scientific American, senza l’apicoltura migratoria gli Stati Uniti perderebbero un terzo dei raccolti. Si parla di circa 31 milioni di api domestiche che ogni anno a febbraio convergono verso la California per impollinare i mandorli. Per la fine della fioritura, dopo aver trasportato gradi quantità di nettare e polline per nutrire le proprie colonie, la popolazione di api domestiche nei frutteti può superare gli 80 milioni. L’apicoltura migratoria è una pratica molto stressante per le api, e secondo alcuni ricercatori, apicoltori e giornalisti potrebbe essere una delle cause della morte di molte api durante l’inverno. Inoltre potrebbe essere tra le cause della Sindrome dello spopolamento degli alveari, che provoca l’improvvisa e misteriosa scomparsa di interi alveari, fatta salva l’ape regina e pochi altri individui.
«Forzare le api a raccogliere polline e nettare da grandi distese di monocolture le priva della grande diversità di nutrienti forniti dall’alimentazione in ambienti selvatici – spiega lo Scientific American–. La migrazione crea inoltre una continua alternanza tra periodi di abbondanza di cibo e altri di carestia per le api. Una volta finita una fioritura, le api restano senza nulla da mangiare, perché intorno a loro non c’è nient’altro che una monocoltura. Quando sono in viaggio, le api non possono andare in cerca di cibo né defecare. E lo sciroppo di zucchero e i preparati a base di polline che gli apicoltori danno loro per sfamarle non sono paragonabili in termini nutrizionali al polline e nettare forniti dalle piante selvatiche». Da queste considerazioni nascono dunque le preoccupazioni degli autori degli articoli che riducono tutta la vicenda alla questione etica del vegano alle prese con il banco della frutta. Il consumo di avocado in Europa è in continuo aumento, e il frutto è sempre più collegato a diete e regimi alimentari votati al benessere e alla leggerezza.
Le conseguenze di questo non impattano però solo sulla vita degli insetti, ma anche e soprattutto su quella degli esseri umani. La gran parte degli avocado che arrivano in Italia, infatti, non proviene dalla California, ma dal Cile, soprattutto da una zona a nord di Santiago del Cile. Da quelle parti, come spiega un’inchiesta realizzata da Alice Facchini per Internazionale, il problema delle coltivazioni di avocado non è collegato all’apicoltura migratoria, bensì al massiccio uso di acqua necessario alle monocolture, che lascia popolazioni intere prive di acqua corrente potabile. «Le grandi aziende agricole che producono avocado hanno potuto impossessarsi dell’acqua della zona in maniera del tutto legale, ottenendo dallo stato i diritti di uso gratuito e perpetuo. Infatti, con il codice dell’acqua cileno approvato nel 1981 dal regime militare di Augusto Pinochet, le fonti e i diritti di gestione dell’acqua sono stati privatizzati e l’acqua è diventata un bene di mercato soggetto a proprietà privata».
Trattandosi di terre molto aride, per coltivare avocado in quella regione del Cile è necessaria moltissima acqua. «Per produrre un solo chilo di avocado servono circa duemila litri d’acqua. Quattro volte in più rispetto alla quantità necessaria per un chilo di arance, secondo il Water footprint network; e addirittura dieci volte in più rispetto a quella che serve per un chilo di pomodori». Alla luce di questo, e del fatto che intere comunità sono state smembrate a causa della mancanza di acqua, dire che quello degli avocado è un problema etico dei vegani è fuorviante: è un problema etico di tutti.
(Foto di Nur Afni Setiyaningrum su Unsplash)
