In una nostra serie di riflessioni ispirate alle dinamiche associative e sociali, abbiamo spesso analizzato le qualità intrinseche della leadership. Abbiamo dissezionato il carisma, sviscerato la collegialità e perfino tracciato l’Identikit del leader paranoico. Ma c’è un aspetto, forse il più doloroso, che finora abbiamo solo sfiorato: l’amara delusione che si prova quando la fiducia riposta in una persona, una figura a cui si è affidato il compito di guidare, viene tradita.
È una sensazione complessa, fatta di rabbia, smarrimento e, soprattutto, di un’amarezza che non si riesce a nascondere. È la sensazione di un fallimento condiviso, perché quella fiducia era un capitale comune. E quando questo capitale viene sperperato, non è solo il singolo a soffrire, ma l’intera base che ha investito in un progetto, in una persona, in una visione.
Il tradimento non è sempre un atto eclatante, una mossa plateale. Spesso, si annida nelle piccole mancanze, nelle operazioni poco trasparenti, nelle decisioni prese senza la minima consultazione, come una serie di crepe che si formano in un muro che pensavamo fosse solido. Il leader, accecato da un’illusoria onnipotenza, smette di essere il servitore della causa comune e diventa il suo padrone. L’obiettivo non è più il bene della base, ma la conservazione del potere personale.
In questo scenario, la base si ritrova in un caos che non riesce a decifrare. E qui si manifesta un paradosso doloroso: una sua parte rimane ciecamente fedele, incapace o non disponibile a vedere i limiti e le mancanze di chi l’ha tradita. La fiducia, ormai più un atto di fede che una scelta razionale, si trasforma in un vincolo che impedisce di riconoscere l’evidenza. “Non può essere, si sbaglia”, “non lo sta facendo apposta”, “è solo un momento difficile”. Sono le frasi che si sentono, echi di una speranza che resiste, nonostante tutto. Ma questa cecità non fa che prolungare l’agonia, rendendo l’intera struttura più fragile.
Quando un leader tradisce, è certo che i suoi collaboratori ne fossero a conoscenza. Si sono fatti complici, non per malizia, ma per convenienza, per una promessa non detta di un beneficio futuro o semplicemente per pigrizia intellettuale. Hanno assistito in prima fila a comportamenti discutibili, a manovre poco etiche e a scelte poco trasparenti, non solo senza battere ciglio, ma in alcuni casi emulandole, nel tentativo di assicurarsi una posizione di privilegio. Ora che il castello di carte sta crollando, si sentono anch’essi vittime, traditi nella loro fiducia, come chi ha ignorato l’evidenza. Ma chi ha sostenuto il traditore non può dirsi innocente. Chi ha assistito al dilagare del veleno senza reagire, è parte del problema. E a volte, i più pericolosi non sono i leader che cadono, ma i loro servitori sciocchi, convinti di poter tagliare la corda per salvarsi e dimenticare in fretta.
Immaginiamo una cordata in montagna, legata da un vincolo di fiducia e obiettivi comuni. Se l’apripista perde l’appiglio, la soluzione non è tagliare la corda per salvarsi da soli, ma al contrario, mettere in sicurezza la cordata insieme, perché la fiducia e la responsabilità in una salita sono un’unica cosa.
La lezione, per quanto difficile, è chiara: la solidità di un gruppo non dipende solo dalla forza del suo leader, ma dalla capacità della base di rimanere unita e lucida, anche quando il capo della cordata cede. La vera forza di un’associazione non è data dalla permanenza di una figura, ma dalla continuità dei valori e delle idee che ha scelto di difendere. L’amarezza di un tradimento può diventare il motore per una nuova consapevolezza, per un cambiamento che riporti l’attenzione sull’essenza della causa comune, anziché sul suo rappresentante. E questa, forse, è la più grande vittoria.
(Foto di Frantisek Duris su Unsplash)
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