Skip to main content

Spesso abbiamo usato questo blog come spazio di riflessione sulle dinamiche dell’associazionismo e sui modelli di leadership, soffermandoci più volte sull’importanza del senso di responsabilità, del ricambio e della collegialità. Eppure, ci sono situazioni e prassi operative che emergono nel quotidiano delle strutture associative e che meritano di essere esaminate con occhio critico.

Una di queste riguarda il progressivo allontanamento fisico e culturale di chi è chiamato a guidare una realtà locale. Capita sempre più spesso, infatti, di assistere a situazioni paradossali in cui i presidenti di sezioni territoriali risiedono a grandi distanze — talvolta anche a più di cento o duecento chilometri — dalle sedi che sono chiamati a presiedere e rappresentare.

Non si tratta di una sterile questione logistica né di un mero cavillo geografico. Presiedere un’associazione sul territorio significa conoscerne la fibra sociale, frequentarne gli spazi, ascoltarne le persone, coglierne le sfumature e i bisogni specifici. Il presidio del territorio si alimenta di presenza, di relazioni quotidiane, di “militanza” intesa anche come immersione nel contesto locale. Quando chi guida risiede altrove, il rischio concreto è che la gestione si riduca a una fredda amministrazione burocratica, priva di empatia e di aderenza alla realtà.

Di fronte a casi simili, la domanda nasce spontanea: è davvero credibile che, all’interno di una comunità o di un bacino territoriale abitato da migliaia di persone, non si riesca a trovare nessuno in grado di ricoprire quel ruolo con la stessa efficacia, dedizione e professionalità?

Se si arriva al punto di reclutare una figura apicale da centinaia di chilometri di distanza, significa che qualcosa si è inceppato a monte. È il sintomo di una gestione passata che ha lavorato male, incapace di – o peggio, non intenzionata a – seminare, formare e coinvolgere una classe dirigente locale competente. Quando un gruppo dirigente non riesce a far crescere al proprio interno figure in grado di raccogliere il testimone, ha fallito in uno dei suoi compiti primari: garantire il futuro della propria organizzazione.

Come avevamo ricordato parlando del fatto che la militanza non fa un leader, la capacità di guidare si affina con l’esperienza, ma richiede terreno fertile per germogliare. E il terreno fertile si prepara creando spazio per gli altri, non accentrando poteri o ruoli.

Dobbiamo imparare a diffidare da chi si professa insostituibile. Da chi costruisce il proprio mandato attorno alla convinzione, esplicita o strisciante, che “dopo di me il diluvio”. Chi ragiona in questo modo non sta tutelando l’associazione: sta alimentando il proprio ego e mascherando l’incapacità di generare continuità. Un vero leader non crea dipendenza attorno a sé; al contrario, lavora dal primo giorno affinché la struttura possa camminare con le proprie gambe, pronta a farne a meno quando sarà il momento di passare la mano.

Ritornare a mettere al centro il territorio e la formazione di nuove energie locali è l’unica strada percorribile per evitare che le nostre sezioni si trasformino in scatole vuote, gestite a distanza da un’oligarchia di insostituibili.

(Foto di Mick Haupt su Unsplash)

Noi ci siamo

Quando è nata Avis Legnano i film erano muti, l’Italia era una monarchia e avere una radio voleva dire essere all’avanguardia. Da allora il mondo è cambiato, ma noi ci siamo sempre.

Vuoi unirti?

Privacy Preference Center