Quarant’anni dopo l’esplosione che ha cambiato per sempre il rapporto tra l’umanità e l’energia atomica, la zona di esclusione di Chernobyl, in Ucraina, non è più soltanto un laboratorio a cielo aperto sulla radioattività, ma un territorio dove la memoria storica si intreccia con le ferite di un conflitto moderno. Il 26 aprile 1986, l’esplosione del reattore 4 rilasciò nell’atmosfera oltre cento tipi di materiali radioattivi, costringendo migliaia di persone a un esodo immediato e mobilitando un esercito di circa 600mila “liquidatori”, il personale civile e militare incaricato di decontaminare l’area a prezzo di enormi rischi personali. Oggi, come riportato in un recente speciale di New Scientist, l’eredità di quel disastro deve fare i conti con le conseguenze dell’invasione russa iniziata nel 2022 e con una natura che, per quanto rigogliosa, nasconde insidie invisibili e durature.
A quattro decenni dal peggior disastro nucleare della storia, il paesaggio attorno alla centrale di Chernobyl si presenta come un paradosso vivente. Se da un lato il rischio legato ad alcuni isotopi come lo iodio-131 (una sostanza radioattiva che il corpo umano concentra nella tiroide e che ha un tempo di dimezzamento di circa otto giorni) è ormai un ricordo del passato, la realtà geologica del sito ci ricorda che la convivenza con l’atomo sarà secolare. Elementi come il cesio-137 e lo stronzio-90 stanno iniziando a perdere intensità, si legge nell’articolo, ma nel cuore del reattore 4 giacciono ancora tonnellate di uranio e plutonio, i cui tempi di dimezzamento, cioè il periodo necessario affinché la metà degli atomi di un campione decada radioattivamente, si misurano in migliaia o milioni di anni.
Il simbolo della protezione contemporanea è il New Safe Confinement, il gigantesco arco d’acciaio costruito tra il 2010 e il 2016 per sigillare i resti del reattore 4 e del precedente sarcofago in cemento. Questa struttura, costata circa un miliardo e mezzo di euro, è stata progettata per durare un secolo e permettere lo smantellamento in sicurezza delle macerie radioattive. Tuttavia, la stabilità di questa barriera è stata messa a dura prova nel corso dell’ultimo anno, quando un attacco con droni ha danneggiato il tetto multistrato della struttura. Sebbene il nucleo del reattore sia rimasto protetto, l’incendio del materiale isolante ha reso inutilizzabili alcuni sistemi di gru interni, necessari per la futura decommissione (il processo di dismissione e smantellamento definitivo di un impianto nucleare), rallentando i piani di bonifica già resi complessi dalla carenza di fondi internazionali.
Contrariamente a una narrativa diffusa che descrive l’area come una landa completamente abbandonata, Chernobyl non ha mai smesso di essere abitata. Oltre ai lavoratori che si alternano per monitorare i reattori spenti (l’ultimo dei quali è rimasto operativo fino al 2000), sopravvivono ancora piccoli gruppi di persone che, dopo l’evacuazione degli anni ‘80, hanno scelto di tornare illegalmente nelle proprie case ignorando i divieti. Questi residenti, spesso anziani, vivono coltivando orti che mostrano una vitalità sorprendente. I rilievi statistici suggeriscono che per questi cittadini il rischio sanitario derivante dalle radiazioni di fondo non sia superiore a quello di chi vive in aree geografiche con rocce particolarmente radioattive o di chi viaggia frequentemente in aereo, dimostrando una resilienza umana che sfida le aspettative cliniche iniziali.
In assenza della pressione antropica, la zona di esclusione si è trasformata in una delle riserve naturali più uniche al mondo, dove orsi, lupi e linci hanno ripreso possesso degli spazi urbani in rovina. Tuttavia, l’invasione del 2022 ha introdotto una nuova e letale barriera: le mine antiuomo. Questo pericolo rende oggi impossibile per i ricercatori monitorare vaste aree della zona boschiva e degli ex bacini di raffreddamento, dove lo stronzio accumulato nel sottosuolo continua a entrare nella catena alimentare attraverso le piante mangiate dai roditori. La militarizzazione del territorio ha ridotto drasticamente il numero di scienziati presenti, trasformando un luogo di ricerca internazionale in una zona di confine altamente sorvegliata.
Il lascito più pesante di Chernobyl rimane forse il suo impatto sulla percezione pubblica dell’energia nucleare. Le rilevazioni indicano che la sfiducia globale generata dal disastro ha rallentato per decenni la transizione verso l’energia atomica, portando a un maggiore utilizzo di combustibili fossili e, di conseguenza, a un aumento dell’inquinamento atmosferico. Oggi, gli esperti ucraini sostengono che l’esperienza accumulata a Chernobyl non debba andare perduta: lo studio degli ecosistemi radioattivi e la gestione delle emergenze sono competenze decisive in un mondo dove la sicurezza energetica rimane un problema. Trasformare questa zona da simbolo di catastrofe a tesoro europeo della conoscenza scientifica e della conservazione naturale è l’unica via per dare un senso a una tragedia che, a quarant’anni di distanza, continua a parlarci della nostra vulnerabilità.
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