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I costi dell’impiego diffuso di sostanze chimiche sintetiche nelle coltivazioni ricadono in misura silenziosa su chi lavora direttamente la terra. Le conseguenze dell’esposizione quotidiana a questi prodotti rimangono infatti in gran parte sommerse. Come illustra uno studio sistematico condotto su scala globale e pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in Public Health, ogni anno si registrano tra i 402 e i 433 milioni di casi di intossicazione provocata dal contatto non intenzionale con composti chimici per l’agricoltura, che si manifesta con disturbi respiratori, neurologici, cutanei o sistemici a breve termine dall’esposizione. Questo bilancio indica che circa il 46 per cento della popolazione agricola del pianeta, stimata in circa 934 milioni di persone, subisce un episodio di avvelenamento nell’arco di appena dodici mesi.

Le dimensioni attuali del fenomeno superano di gran lunga i vecchi parametri di riferimento adottati dagli organismi sovranazionali. Per decenni, le politiche internazionali si sono infatti basate sulle stime dell’Organizzazione mondiale della sanità formulate nel 1990, che quantificavano in circa un milione i casi gravi all’anno, basandosi quasi esclusivamente sui ricoveri ospedalieri. Da allora, la produzione e l’uso di fitofarmaci sono raddoppiati a livello mondiale, passando da 1,8 milioni di tonnellate all’inizio degli anni novanta a oltre 3,8 milioni di tonnellate. L’aumento dei volumi di impiego, cresciuti di oltre il 200 per cento nelle Americhe e del 185 per cento in Africa a fronte di una lieve flessione registrata in Europa, ha moltiplicato le occasioni di contatto per milioni di braccianti, trasformando quello che veniva trattato come un rischio occupazionale circoscritto in una vera e propria emergenza collettiva.

A rendere particolarmente complessa la tutela dei lavoratori è una consolidata distorsione delle agende sanitarie globali, che storicamente hanno monitorato i decessi – stimati dalla ricerca in circa 11mila all’anno per cause accidentali – trascurando la portata debilitante delle intossicazioni non letali, ossia l’insieme di disturbi fisici, sintomi acuti e patologie che non conducono alla morte ma compromettono gravemente il benessere e la capacità lavorativa. Nausea, vertigini, spasmi muscolari, dermatiti estese e temporanea perdita della vista vengono spesso considerati dagli stessi operatori come inevitabili effetti collaterali della giornata lavorativa. A questo si somma una gravissima sotto-notifica clinica (la mancata registrazione dei casi nei database ufficiali legata all’assenza di strutture sanitarie di prossimità, ai costi insostenibili delle visite o al timore dei braccianti di perdere la retribuzione giornaliera), con indagini sul campo che rivelano come per ogni intossicazione registrata negli ospedali possano verificarsi fino a settanta episodi curati a domicilio o del tutto ignorati.

La mappa delle intossicazioni riflette una netta asimmetria geografica e sociale. Il carico più pesante si concentra nelle regioni del Sud dell’Asia, dove si stimano oltre 213 milioni di episodi all’anno, seguite dal Sud-Est asiatico con circa 60 milioni di casi e dall’Africa orientale con quasi 50 milioni. In molti di questi territori, i piccoli coltivatori operano con attrezzature obsolete, privi di formazione adeguata o costretti a lavorare sotto climi caldi e umidi dove l’uso prolungato di tute e maschere protettive risulta fisiologicamente insostenibile. La mancanza di alternative economiche accessibili favorisce inoltre il commercio continuativo di pesticidi altamente pericolosi – caratterizzati da un’elevata tossicità acuta o da rischi documentati di mutagenicità, cancerogenesi e tossicità riproduttiva a lungo termine – banditi da anni nei mercati ad alto reddito ma regolarmente esportati e venduti nelle aree a basso e medio reddito.

Per invertire questa tendenza e garantire condizioni di lavoro dignitose lungo le filiere alimentari, la comunità scientifica sollecita l’adozione di impegni vincolanti da parte della cooperazione internazionale. L’esperienza di diversi programmi territoriali dimostra che la sostituzione graduale della chimica pesante con pratiche agroecologiche integrate e sistemi biologici di controllo dei parassiti consente di salvaguardare le rese dei raccolti e di proteggere, al tempo stesso, l’organismo di chi ogni giorno lavora nei campi.

(Foto di Siwawut Phoophinyo su Unsplash)

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