La legge di bilancio 2020 ha ritoccato la norma sulle quote rosa negli organi di amministrazione e controllo delle società quotate in borsa. Un modo per tutelare maggiormente il genere meno rappresentato (cioè le donne attualmente), ma forse anche uno strumento per “lasciare il segno” nella storia politica da parte di chi ha messo la firma alla legge. Come spiega il giurista Marco Ventoruzzo su Lavoce.info, il sospetto viene da alcune considerazioni, che comprendono anche un errore aritmetico. Innanzitutto, prima di pensare ad aumentare ulteriormente, come fa la legge di bilancio, la soglia assegnata al genere meno rappresentato, bisognerebbe chiedersi se in generale lo strumento “quote rosa” sta funzionando. Da un lato si può dire che in una situazione generale molto sbilanciata, come quella italiana, porre obblighi di questo tipo (la legge sulle quote rosa è entrata in vigore nel 2011) è un ottimo incentivo ad avviare una qualche forma di cambiamento. Dall’altro bisogna però chiedersi quanto tale cambiamento sia anche sostanziale, e non solo formale. Prima di pensare alla quantità di donne presenti nei consigli di amministrazione, bisognerebbe interrogarsi sulla qualità del loro impegno in tali contesti. «Sarebbe stato utile chiedersi perché le donne – scrive Ventoruzzo – pur presenti nei cda come indipendenti e non esecutivi, raramente in Italia hanno i ruoli di amministratore delegato o esecutivo; di rado, cioè, hanno in mano le redini della gestione e del vero potere imprenditoriale». Se è vero dunque che, per una questione di conformità alla legge, le donne hanno cominciato effettivamente a comparire nei consigli d’amministrazione, fosse anche solo per una questione di conformità alla legge, quasi mai il gap di genere è stato recuperato in termini sostanziali, cioè affidando a donne compiti e ruoli di pari importanza rispetto a quelli degli uomini.
La preoccupazione di lasciare il segno
Il sospetto che l’obiettivo del legislatore fosse più che altro “lasciare il segno”, piuttosto che occuparsi realmente del problema, nasce dal fatto che nulla è stato deciso in questo senso, ma ci si è limitati a toccare le quote. Con un errore aritmetico, come si diceva in apertura. «Per il collegio sindacale – spiega Ventoruzzo –, con un mero copia e incolla della disposizione prevista per gli amministratori, il nuovo comma 1-bis dell’articolo 148 del Testo unico della finanza impone che, appunto, almeno due quinti dei sindaci appartengano al “genere meno rappresentato”. Peccato che il collegio sindacale, come sa ogni studente di giurisprudenza o economia, è un organo “semi-rigido”, che a seconda delle scelte statutarie può contare tre o cinque membri (la stragrande maggioranza delle quotate opta per tre). Ebbene, due quinti di 3 è uguale a 1,2; il che significa che per rispettare la legge, salvo eleggere frazioni di amministratori con cruente amputazioni, almeno due sindaci dovrebbero essere donne. Ma se vi sono due donne e un uomo, gli uomini diventano il genere meno rappresentato, e quindi servirebbero due uomini; e così via in un circolo vizioso irrisolvibile». Questo episodio testimonia la sciatteria e il pressapochismo che contraddistinguono purtroppo il modo di fare politica di questo periodo storico. Oltre che inapplicabile, la norma è probabilmente anche inutile. Se come dicevamo il fenomeno che si osserva è che le donne ci sono, ma non hanno lo stesso status degli uomini, a cosa serve averne ancora di più? Avrebbe avuto più senso, come dicevamo, agire sulla qualità del coinvolgimento delle donne.
