
A settant’anni dal momento culminante della liberazione italiana, il problema fondamentale sul quale vogliamo interrogarci è quello della memoria. È ancora possibile una memoria “viva” della Resistenza, un racconto organico che sia vissuto come parte di un’epoca alla quale possiamo ancora dirci legati? Forse no, e non bisogna averne paura. Settant’anni sono tanti, sono più di quanti possano tenerci vicini alle generazioni che hanno vissuto quei fatti. «Tutte le idee hanno una scadenza e poi diventano museo – osserva lo scrittore Giacomo Verri –. È stato così per il Risorgimento, sta accadendo per i caduti di cento anni fa. Sarà anche per la Resistenza. È una legge». Si potrebbe obiettare che allora anche questa legge ha una scadenza, e così all’infinito, ma guardando alla storia è difficile, ragionando razionalmente, non essere d’accordo. Se pure la memoria organica della Resistenza va perdendosi, prosegue lo scrittore, è pur vero che essa resta viva in forma disorganica, nella forma del frammento: «Scaglie di passato che bucano il presente con i particolari magari più insignificanti».
Può sembrare un aspetto poco coinvolgente di quanto accaduto in Italia alla fine delle Seconda guerra mondiale, eppure la memoria e il suo racconto sono gli unici aspetti che ci possono tenere legati ai valori che in quella stagione sono nati e che conservano tutto il proprio peso ancora oggi. Del resto, non c’è stato bisogno di aspettare settant’anni per interrogarsi sulla memoria e sulla possibilità di trasmettere realmente i giorni della Resistenza. Già Calvino, nel suo racconto “Ricordo di una battaglia”, pubblicato sul Corriere della Sera il 25 aprile 1974, si interrogava sulla propria memoria. Lo scrittore prese infatti parte attivamente alla Resistenza, e fu tra i partecipanti alla battaglia di Baiardo, una delle ultime azioni partigiane. A quasi trent’anni dall’episodio, Calvino fatica a ricostruire il ricordo di quel mattino e dei giorni seguenti, diviso tra la fatica di ripescare dalla memoria un frammento ormai ricoperto da numerosi altri granelli e sassi, e il rischio di “cadere nella letteratura”, descrivendo fatti e usando parole che arrivano più dalle conoscenze apprese che dall’esperienza diretta.
Vi lasciamo con alcuni stralci di quel racconto, e con l’esortazione a cercare il frammento di Resistenza più vicino a voi e sforzarvi di conservarlo, di farlo brillare e tenerlo vivo, cercando un legame con quel periodo. Può essere una persona, un testimone diretto. Ma anche un luogo, un nome, un oggetto, magari l’avete in casa o nel vostro quartiere, basta cercarlo.
«Non è vero che non ricordo più niente, i ricordi sono ancora là, nascosti nel grigio gomitolo del cervello, nell’umido letto di sabbia che si deposita nel fondo del torrente dei pensieri: se è vero che ogni grano di questa sabbia mentale conserva un momento della vita fissato in modo che non si possa più cancellare ma seppellito da miliardi e miliardi d’altri granelli. […]
Invece adesso che, passati quasi trent’anni, ho finalmente deciso di tirare a riva le reti dei ricordi e vedere cosa c’è dentro, eccomi qui ad annaspare nel buio, come se il mattino non volesse più cominciare, come se non riuscissi a spiccicare gli occhi dal sonno […].
Molte cose dovrei ancora aggiungere per spiegare com’era quella guerra in quel luogo e in quei mesi, ma anziché risvegliare i ricordi tornerei a ricoprirli con la crosta sedimentata dei discorsi di dopo, che mettono in ordine e spiegano tutto secondo la logica della storia passata, mentre adesso ciò che voglio riportare alla luce è il momento in cui abbiamo piegato per un sentiero che gira giù in basso intorno al paese, in fila indiana per un bosco rado e rossiccio, ed è venuto l’ordine: “Toglietevi le scarpe dai piedi e legatevele al collo, guai se sentono il rumore dei passi, guai se in paese cominciano i cani a abbaiare; passata la voce e avanti in silenzio”. […]
Quello che vorrei sapere è perché la rete bucata della memoria trattiene certe cose e non altre: questi ordini che non sono mai stati eseguiti li ricordo punto per punto, ma ora vorrei ricordarmi le facce e i nomi dei miei compagni di squadra, le voci, le frasi in dialetto, e come abbiamo fatto coi fili, a tagliarli senza tenaglie. […]
Continuo a scrutare nel fondovalle della memoria. E la mia paura di adesso è che appena si profila un ricordo subito prenda una luce sbagliata, di maniera, sentimentale come sempre la guerra e la giovinezza, diventi un pezzo di racconto con lo stile di allora, che non può dirci come erano davvero le cose ma solo come credevamo di vederle e di dirle. Non so se sto distruggendo il passato o salvandolo, il passato nascosto in quel paese assediato. […]
Ecco che se provo a descrivere la battaglia come io non l’ho vista, la memoria che si è attardata finora dietro le ombre incerte prende la rincorsa e si slancia: vedo la colonna di quelli che s’aprono la strada verso la piazza, mentre dai vicoli a scale salgono quelli che hanno aggirato il paese. […]
Tutto quello che ho scritto fin qui mi serve a capire che di quella mattina non ricordo più quasi niente, e ancora più pagine mi resterebbero da scrivere per dire la sera, la notte. […]».
