Quando finiscono i bombardamenti, alcuni luoghi scompaiono dalle cronache e dal dibattito pubblico. Nel caso di Sumy, in Ucraina, c’è chi prova a contrastare questa tendenza continuando a raccontare la città, anche come atto di resistenza. Ne scrive Claudia Bettiol su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa.
Negli ultimi mesi Sumy è scomparsa dai titoli internazionali. È stata oggetto di cronaca nei giornali in seguito all’offensiva russa che puntava su Charkiv del 2024, poi con l’operazione ucraina nella regione russa di Kursk e, infine, in occasione dei bombardamenti più pesanti e le stragi di civili.
Ma, come spesso accade, ha smesso di fare notizia. Lo stesso avviene a intermittenza anche con Dnipro, Odesa, Černihiv, Mykolaïv. Per qualche giorno queste città tornano al centro dell’attenzione: si contano i morti, si mostrano le immagini delle distruzioni, si raccolgono le condanne internazionali. Poi il ciclo dell’informazione si sposta altrove.
Lo scrittore ucraino Myroslav Lajuk, che negli ultimi anni di conflitto ha documentato nelle sue inchieste giornalistiche e nel libro Bachmut (inedito in italiano, ma disponibile in lingua inglese), descrive questa dinamica della memoria come “un moccio nero”: quelle particelle invisibili di cenere rimangono nei polmoni, sono residui di vite che erano, di case che non ci sono più, di oggetti quotidiani diventati polvere. È un’immagine che rimanda sia al danno fisico dei bombardamenti sia a quello invisibile: la graduale scomparsa di una città dalla coscienza collettiva.
Ma cosa resta di una città quando si torna a guardare altrove?
Vivendo a Kyiv è facile avere l’impressione che la guerra abbia una geografia dell’attenzione. La capitale rimane costantemente visibile, sia per ragioni politiche sia simboliche. E in queste ultime settimane in particolar modo, dato che la città è diventata un bersaglio psicologico. Altri luoghi emergono invece soltanto nei momenti di vera emergenza.
Eppure, lontano dalla capitale, e spesso anche dall’attenzione dei media internazionali, esistono realtà dove la guerra non è soltanto una sequenza di attacchi e distruzioni.
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(Foto di Nadin Nandin su Unsplash)
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