Marco Belpoliti riflette sui sentimenti più diffusi e sulle parole che li descrivono. Innanzitutto il risentimento, poi l’invidia, la disperazione, e la loro sintesi finale: il glamour. Ecco un estratto del suo articolo per Doppiozero.com.
Risentimento
Non c’è dubbio: il risentimento è il mood dominante della nostra epoca. Sempre più spesso gli individui provano un senso di animosità verso gli altri, verso il mondo in generale – livore, astio, ostilità, odio, inimicizia, invidia, malignità, acredine, malevolenza, accanimento, vendetta –, come risposta a offese, affronti o frustrazioni che ritengono di aver subito. Ritengono, ma non è detto che sia davvero così, o che sia accaduto nel modo in cui gli individui suppongono e manifestano agli altri. Sempre più spesso accade che le persone covino un’avversione. Si tratta di un sentimento lungamente coltivato che poi esplode all’improvviso, inatteso anche agli stessi protagonisti. In moltissimi casi il rancore ha origine dal senso di vergogna provato. Rancore e vergogna sono strettamente collegati. Col trascorrere del tempo, sostengono gli psicologi, l’interiorizzazione dell’emozione della vergogna, con la visione svalutativa di sé che provoca, con la lacerazione narcisistica che genera, può portare all’elaborazione di forme d’odio occulte nei confronti di coloro che vengono ritenuti, a torto o a ragione non importa, responsabili della frustrazione, o dell’offesa, subita.
Risentimento e rancore sono sinonimi. Rancore viene dal latino, rancor, e significa: “lamento, desiderio, richiesta”; come ricorda lo psicoanalista argentino Luis Kancyper, che si è occupato in sede clinica e culturale del tema, rancore ha la medesima radice di rancidus, “astioso”, e anche “stantio” e “zoppo”. Quando si subisce un torto ciò che colpisce è il dolore, l’afflizione che ne scaturisce; la reazione immediata è la paura, accompagnata dall’ansia, ma frequentemente anche da uno stato depressivo. Se il torto, poi, riguarda la sfera morale, e implica un oltraggio o un’insolenza, scattano reazioni come la rabbia o l’ira. Sono queste due emozioni che nell’elaborazione successiva – il ruminare continuo della mente – si trasformano in rancore e in risentimento. Ruminare, o rimuginare, è l’attività di pensiero ripetitivo, coattivo, con cui gli individui covano il proprio rancore; ruminare viene dal latino muginari, ci ricordano gli psicologi: è il dondolare, movimento insistente del pensare e ripensare al medesimo evento. Il risentimento, inteso come “sentire ancora, sentire di nuovo”, è il ritornare incessante sul proprio stato emotivo senza possibilità di allontanare definitivamente l’offesa o il torto. Gli psicoanalisti ritengono che la radice profonda del risentimento si trovi prima di tutto nell’invidia.
Perché lui sì e io no? Questa è la domanda principale, forse la sola, che gli invidiosi si pongono. Il filosofo sloveno Slavoj Žižek, ha sostenuto che l’invidia è qualcosa di più, o di meno, del desiderio di possedere quello che ha l’altro – ricchezza, amore, potere. Un sentimento decisamente rivolto al “negativo”: impedire all’altro quel possesso che si agogna. Žižek racconta in vari suoi libri una storiella emblematica. Una strega dice a un contadino: “Farò a te quello che vuoi, ma ti avverto, farò due volte la stessa cosa al tuo vicino!” E il contadino con un sorriso furbo le risponde: “Prendimi un occhio!”
Invidiare
Sulla scorta dello psicoanalista francese Jacques Lacan, Žižek sostiene che il vero opposto dell’amore di sé egoistico non è l’altruismo, la preoccupazione per il bene comune, quanto piuttosto l’invidia. O anche il risentimento, suo fratello gemello, sentimento “che mi fa agire contro i miei interessi”. Sant’Agostino in un passo famoso delle Confessioni racconta di un bambino invidioso del proprio fratello che succhia dal seno materno: “Non parlava ancora e già guardava livido, torvo, il suo compagno di latte”. Secondo la teoria lacaniana ciò che muove gli uomini è il desiderio dell’Altro: il bambino che invidia il fratello non invidia il fatto che l’Altro possieda l’oggetto desiderato – il seno materno –, bensì il modo in cui l’Altro può godere di questo oggetto; per cui non gli è sufficiente ottenerne il possesso, deve piuttosto distruggere la capacità del suo compagno di trarre piacere dall’oggetto medesimo.
Žižek ha scritto che questo sentimento perverso va collocato nella triade composta da invidia, avarizia e melanconia, tre forme del non essere in grado di derivare un godimento dell’oggetto, e al tempo stesso di godere di riflesso di questa stessa impossibilità. L’invidia è oggi considerata un peccato sociale, per quanto più grave della gelosia, stimata, invece, un peccato veniale, una sorta di sgradevole accompagnamento della passione amorosa. Lo psicoanalista Leslie H. Faber, in uno studio dedicato a questo tema, sostiene che se l’invidia è un sentimento a due attori, io e tu, la gelosia lo sarebbe a tre: io, lei e lui. Faber considera la gelosia più devastante sul piano dei rapporti personali; riunisce in modo ossessivo sulla scena parti sempre più vaste della realtà, spingendo il dramma verso una sicura rovina, come del resto raccontano innumerevoli romanzi e film. In realtà, l’invidia, da cui scaturisce il risentimento, è probabilmente molto più temibile della gelosia.
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