È passato poco più di un mese dalla liberazione della cooperante Silvia Romano. Una notizia che ha preso una di quelle derive grottesche che solo in Italia siamo in grado di architettare. La gioia per il ritorno a casa di una giovane ragazza è stata immediatamente coperta dalle polemiche: per il riscatto, per il vestito, per la conversione, ecc. Ma tant’è, non c’è molto di cui sorprendersi. Ci siamo affidati a una classe politica in grado di rendere spettacolo, o meglio avanspettacolo, più o meno qualsiasi cosa. E i giornali (gli stessi che si stracciano le vesti per la libertà d’informazione) hanno dato il loro contributo nell’offrire sulle proprie pagine tutte le minuzie personali ed emotive di una giovane donna che meritava di certo maggiore discrezione. Ma registriamo anche l’applauso del suo quartiere a Milano al suo arrivo. Segno che c’è dell’altro oltre la rabbia e l’indignazione che in molti cercano di sollevare e cavalcare a ogni occasione.
Non tutti quelli che spariscono però tornano sani e salvi. Chissà come sarebbe andata se Giulio Regeni fosse tornato vivo dopo il suo rapimento. Anche in quel caso qualcuno avrebbe trovato da ridire (“se l’è andata a cercare”, “chissà quanto ci è costato”, ecc.), ma almeno sarebbe ancora tra noi. La sua vicenda si è consumata in pochi giorni, tra la data del suo rapimento, il 25 gennaio 2016 al Cairo (Egitto), e il ritrovamento del suo corpo senza vita il 3 febbraio. Da allora i governi che si sono succeduti hanno promesso di fare luce sulla vicenda e chiedere giustizia. Le autorità egiziane hanno promesso collaborazione, salvo smentirsi nei fatti, quando hanno cominciato a ostacolare e depistare in tutti i modi le attività degli investigatori italiani. La questione è delicata, perché non si tratta di un rapimento e omicidio da parte di un gruppo di pericolosi ribelli, bensì probabilmente di un’operazione collegata alla presidenza egiziana. È insomma un fatto diplomatico e politico, oltre che umano. Appare piuttosto controversa quindi la vendita all’Egitto, avvenuta in questi giorni, di due fregate Fremm, importanti navi militari costruite da Fincantieri. Da un lato si promettono risposte alla famiglia di Regeni, dall’altro si cerca di normalizzare i rapporti con il governo egiziano. Comprensibili le parole dei genitori di Giulio, all’ennesima presa in giro da parte della politica italiana: «Ci sentiamo traditi. Ma anche offesi e indignati dall’uso che si fa di Giulio. Perché ogni volta che si chiude un accordo commerciale con l’Egitto, ogni volta che si certifica che quello di Al Sisi è un governo amico, tirano in ballo il nome di Giulio come a volersi lavare la coscienza. No, così non ci stiamo più».
Per una storia finita bene e una finita malissimo, ce n’è un’altra ancora in sospeso, ossia quella di Patrick George Zaky, lo studente egiziano che stava frequentando l’università di Bologna. Zaky è stato arrestato il 7 febbraio, quando stava rientrando nel suo paese per andare a trovare la famiglia, con l’accusa di terrorismo. Alla sua detenzione, che prosegue in condizioni di stretto isolamento, si è affiancata la pandemia di coronavirus, che fa temere per le sue condizioni in carcere. Zaky soffre infatti di asma, e Amnesty ha confermato che nell’istituto penitenziario di Tora, dove Zaky è rinchiuso, si sono verificati i primi casi di coronavirus. «Il primo giugno – scrive Redattore sociale – era attesa l’udienza per il rinnovo della detenzione preventiva di Zaky, che invece – dopo una lunga serie di rinvii – è stata prolungata in automatico, senza che fosse data alcuna comunicazione all’avvocato. E così il timore è che la pandemia venga usata come pretesto per allungare l’incarcerazione a oltranza».
(Foto di Alisdare Hickson su flickr)
