Nei calendari di molte persone c’è spazio per le riunioni, gli appuntamenti e gli impegni sociali. Raramente c’è spazio per la solitudine. Quando arriva – perché un piano salta, un treno è in ritardo, una riunione viene cancellata – quasi sempre si riempie il vuoto con il telefono: si risponde alle email, si scorre qualcosa sui social. Un riflesso automatico, più che una scelta.
È da questa osservazione che parte il lavoro di Thuy-vy Nguyen, fondatrice del Solitude Lab dell’Università di Durham, che ha dedicato anni a studiare come la solitudine influenza le emozioni, i pensieri e l’esperienza interiore. In una guida pubblicata su Psyche, Nguyen raccoglie i risultati di questa ricerca e li traduce in indicazioni concrete per chi vuole imparare ad abitare meglio il tempo trascorso da solo.
Al Solitude Lab, i ricercatori invitano i partecipanti a sedersi da soli in una stanza silenziosa per quindici minuti. Prima e dopo, ne misurano lo stato emotivo. I risultati sono costanti: anche un periodo così breve produce quello che Nguyen chiama “effetto di disattivazione” (la riduzione delle emozioni ad alta intensità, sia positive che negative, che riporta la mente a uno stato di calma) – un calo della tensione e dell’energia nervosa accumulata durante le interazioni sociali.
Non si tratta di un effetto banale. Le interazioni sociali – conversazioni, riunioni, presentazioni – richiedono attenzione continua e produzione costante di risposte, e possono essere stimolanti proprio per questo. Ma l’intensità ha un costo. La solitudine funziona come un interruttore che riporta il sistema nervoso a uno stato di base.
In un esperimento ancora non pubblicato, il team di Nguyen ha chiesto ai partecipanti di fare un discorso e svolgere un compito matematico davanti a una giuria volutamente disinteressata – una situazione progettata per indurre frustrazione. Dopo l’esperienza, chi aveva trascorso del tempo da solo mostrava un recupero emotivo più rapido rispetto a chi era rimasto in un contesto sociale. È un risultato che riguarda chiunque lavori in ambienti ad alta pressione relazionale: operatori sanitari, insegnanti, lavoratori della ristorazione, genitori con bambini piccoli.
Una delle intuizioni più utili della ricerca di Nguyen riguarda la differenza tra solitudine subita e solitudine scelta. Uno studio citato nella guida ha confrontato due gruppi di persone: al primo era stato spiegato in anticipo quali benefici potesse portare il tempo trascorso da soli, al secondo era stata suggerita l’idea che quello stesso tempo potesse essere un’esperienza di isolamento. Il primo gruppo ha riportato un umore migliore dopo il periodo di solitudine. Le circostanze esterne erano identiche; cambiava solo il modo in cui quell’esperienza veniva interpretata.
Nguyen è però esplicita sul fatto che non basti un cambio di prospettiva per trasformare qualsiasi forma di solitudine in qualcosa di positivo. In certi contesti – isolamento prolungato, difficoltà psicologiche preesistenti, mancanza di una rete di supporto – la solitudine può diventare uno spazio in cui i pensieri negativi si amplificano e si avvitano in ruminazione (il ciclo ripetitivo di pensieri ansiosi o preoccupazioni che tendono a sfuggire al controllo). La solitudine ristorativa di cui parla la ricerca è quella temporanea, quella da cui si può uscire quando si vuole: sapere che esiste la possibilità di contattare qualcuno, anche senza farlo, cambia la qualità dell’esperienza.
Molto dipende da come si riempie quel tempo. Molte persone tendono a occupare i momenti di solitudine con attività produttive – commissioni, email, esercizio fisico – oppure a scivolare in abitudini passive come guardare video o scorrere i social. Nessuna delle due modalità corrisponde necessariamente a ciò di cui la mente ha bisogno per ricaricarsi. Avere in mente in anticipo cosa si vuole fare del proprio tempo da soli – che si tratti di leggere, ascoltare musica, fare una camminata o semplicemente stare fermi – aiuta a trasformare quei momenti in qualcosa di intenzionale.
Il contesto fisico conta. La natura in particolare offre un ambiente favorevole: non richiede risposte, non pone domande e non compete per l’attenzione nel modo in cui lo fanno gli ambienti costruiti. Anche la semplice presenza di suoni naturali – il canto degli uccelli, il rumore dell’acqua – ha effetti documentati sulla riduzione dello stress.
Per chi condivide la propria vita con altre persone, comunicare il bisogno di tempo per sé è spesso il passaggio più difficile. Il desiderio di stare soli non è un rifiuto dell’altro: è una forma di cura di sé che, come mostra la ricerca di Nguyen, rende alla lunga più capaci di stare con gli altri. La solitudine non è un ripiego – è una risorsa, a patto di smettere di trattarla come un vuoto da colmare.
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