Nonostante decenni di studi, sull’autismo ci sono ancora più dubbi che certezze in campo medico. E anche tra le persone comuni questa malattia è ancora poco conosciuta. Approfittiamo per parlarne oggi, in occasione della Giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo.
Fino a non molto tempo fa, per esempio, era diffusa la convinzione che un’eccessiva “freddezza” da parte della madre potesse essere causa dell’insorgenza della patologia nel figlio o figlia. Un’ipotesi che non aveva alcuna base scientifica, e che è quindi stata esclusa in campo medico.
Uno degli elementi che rendono complesso riconoscere e trattare l’autismo, è che esso si manifesta con una moltitudine di sintomi, dalle difficoltà in ambito sociale a stati d’ansia, dai comportamenti ripetitivi alla resistenza ai cambiamenti. Questa variabilità è il motivo per cui si parla di spettro autistico, e non semplicemente di autismo. La collocazione della persona all’interno di questo spettro è molto importante, come spiega un lungo articolo su Nautilus. Coloro che rientrano nella “fascia alta” dello spettro hanno infatti migliori prospettive: si tratta di persone che spesso hanno abilità particolari, per esempio in ambito matematico o nella memoria fotografica, che li aiutano ad affrontare problemi come le ansie sociali. All’estremità inferiore dello spettro ci sono invece le persone con disabilità intellettiva e quelle che non parlano affatto. Uno studio realizzato negli Stati Uniti stima che il 31% dei bambini con sindrome dello spettro autistico abbia una disabilità intellettiva, e un numero ancora maggiore ha difficoltà motorie.
Il genere ha sempre rappresentato una parte importante del problema. I ragazzi hanno infatti una probabilità quattro volte maggiore di ricevere una diagnosi di autismo rispetto alle ragazze. Non significa però necessariamente che la patologia abbia un’incidenza maggiore nei maschi. Le ragazze spesso presentano infatti sintomi diversi rispetto ai ragazzi. Per esempio, spiega Nautilus, tendono a soffrire più di ansia che di comportamenti ripetitivi e, siccome l’ansia è talvolta trascurata dai medici, una certa percentuale di bambine e ragazze può ricevere una diagnosi errata, relativa a disturbi psichiatrici come la depressione.
Proprio per questo motivo, capita sempre più spesso che le donne si rendano conto più tardi nella vita di essere affette da autismo, non avendo ricevuto una diagnosi corretta da piccole. Nonostante la maggiore attenzione all’autismo negli ultimi due decenni, che ha eliminato parte dello stigma sociale dalla condizione, questo fenomeno è in aumento.
Non c’è da stupirsi che la società non si occupi bene delle persone dello spettro, prosegue l’articolo. Dopo tutto, la definizione esatta di autismo è ancora in evoluzione anche tra gli studiosi. Ci sono voluti decenni prima che la società riconoscesse l’autismo come una vera e propria patologia. Per buona parte del XX secolo, l’autismo è stato infatti considerato come una schizofrenia infantile. Anche la definizione moderna di autismo come disturbo dello spettro è ancora in fase di sviluppo.
Uno dei problemi della ricerca è che non ci sono certezze sulle cause dell’autismo. E come per qualsiasi altra malattia, il percorso per affrontarlo parte dal capire cosa lo genera. Se i medici comprendessero meglio le cause dell’autismo, sarebbero in grado di definire terapie migliori e potenzialmente anche una migliore prevenzione.
Alcune ipotesi guardano a questioni genetiche, che potrebbe essere una parte della storia. Uno studio del 2017 condotto dal team della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health ha rilevato che quando le donne in gravidanza hanno la febbre, il rischio di autismo per i loro figli aumenta. Uno studio del 2018 condotto dai ricercatori della Columbia University ha confermato che se una donna incinta ha la febbre alta nel secondo trimestre di gravidanza, le probabilità che il suo bambino sviluppi l’autismo aumentano del 40%.
Le due persone a cui si attribuisce la definizione di autismo sono Hans Asperger, un medico austriaco che esercitò la professione prima e durante la Seconda Guerra Mondiale, e Leo Kanner, uno psichiatra ebreo nato nel 1894 a Klekotiv, allora in Polonia e ora in Ucraina. Ci sono voluti decenni prima che la comunità scientifica scoprisse che nessuno dei due è stato in realtà il primo a definire e descrivere l’autismo. Una psicologa ebrea di origine ucraina, Grunya Sukhareva, li ha preceduti di circa 20 anni. Era solo ben nascosta dietro la cortina di ferro.
In un articolo del 1925, spiega Nautilus, Sukhareva descrisse sei ragazzi con “tendenze autistiche”, descrivendo i loro comportamenti nei minimi dettagli, compreso il fatto che alcuni fossero dotati di talento. Le sue scoperte furono pubblicate in russo e poi in tedesco, dove il suo nome fu scritto erroneamente come Ssucharewa. L’articolo non fu tradotto in inglese, quindi né il termine autistico né le sue osservazioni raggiunsero gli psichiatri di lingua anglosassone. Asperger e Kanner potrebbero averlo letto, anche se nessuno dei due ha citato il suo nome nei propri scritti.
(Foto di Vardan Papikyan su Unsplash)
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