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Il congedo parentale, che include il congedo di maternità, il congedo di paternità e, più in generale, i diritti dei genitori, è una politica fondamentale per promuovere società e luoghi di lavoro equi, ampiamente riconosciuta come essenziale per raggiungere la parità di genere sul lavoro. Consente ai genitori di condividere le responsabilità di cura, promuove l’equilibrio tra vita professionale e vita privata, sostiene lo sviluppo dei figli e, cosa fondamentale, ha un impatto positivo sulla partecipazione delle donne al mercato del lavoro e sui loro salari, contribuendo a mitigare la cosiddetta “penalizzazione della maternità”. Queste politiche favoriscono anche il coinvolgimento dei padri nell’assistenza ai figli, favorendo legami emotivi più solidi con i propri figli e andando oltre le tradizionali norme di assistenza.

Nonostante la sua importanza, a livello globale persiste una grossa disparità: le madri hanno in media diritto a 24,7 settimane di congedo retribuito, mentre i padri solo a 2,2 settimane, con un divario di genere di 22,5 settimane, ovvero cinque mesi. Questo squilibrio è spesso dovuto alla mancata tutela dei diritti individuali dei padri al congedo. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) ha pubblicato il suo “Care Economy Brief” per affrontare questo problema, offrendo una guida sulla promozione di un congedo parentale sensibile alle questioni di genere.

Il rapporto dell’OIL cita l’Italia come un Paese che promuove attivamente misure per favorire il coinvolgimento dei padri. L’Italia è infatti uno dei nove paesi in cui i padri sono obbligati a usufruire dell’intera durata del congedo di paternità, una politica che ha promosso con successo l’utilizzo di tale congedo da parte dei padri.

Tuttavia, recenti indagini nazionali, come il rapporto State of Southern European Fathers (Sosef), rivelano un quadro più sfumato, indicando che l’Italia non è un paese per padri. Questa valutazione evidenzia cambiamenti lenti, pesanti barriere normative e culturali e il carico sproporzionato di cura che continua a ricadere sulle donne. Il rapporto Sosef, basato su un’indagine condotta in Spagna, Portogallo e Italia, evidenzia diverse sfide chiave: sebbene il 77% degli uomini italiani ritenga di condividere equamente le responsabilità di cura con le proprie partner, solo il 50% delle donne italiane è d’accordo. In Italia, le donne sono impegnate in attività di assistenza intensiva (oltre 4 ore al giorno) 2,6 volte in più degli uomini, il che è correlato al fatto che in Italia si registra la percentuale più alta di casalinghe a tempo pieno (18,6%), rispetto a Spagna e Portogallo. Il tasso di occupazione femminile in Italia è il più basso d’Europa (53% contro una media UE del 69,3%), il che rende le donne 20 volte più propense a essere caregiver a tempo pieno rispetto agli uomini in Spagna e Portogallo. Inoltre, le donne italiane devono affrontare un “doppio carico di cura” più elevato, occupandosi sia dei figli che degli anziani (il 37,5% contro il 31,1% degli uomini).

Il rapporto Sosf evidenzia anche la marcata disparità in Italia nella durata dei congedi: le madri ricevono 21 settimane (5 mesi), mentre i padri solo 10 giorni lavorativi, posizionando l’Italia all’ultimo posto in Europa. Al contrario, la Spagna offre ai neo-padri 16 settimane di congedo di paternità, con l’intenzione di estenderle a 20 settimane. Le ultime stime dell’INPS mostrano che il 65% dei padri italiani usufruisce del congedo di paternità, ma con notevoli discrepanze regionali: si va da oltre il 90% in alcune province del Nord-Est a meno del 20% nel Sud. Inoltre, molti padri, come quelli che lavorano come liberi professionisti, non hanno diritto al congedo retribuito. Ciò contrasta nettamente con quanto accade in Spagna, dove tre quarti dei padri hanno diritto al congedo parentale e oltre il 90% usufruisce delle 16 settimane complete. In Italia, infatti, permangono stereotipi di genere più radicati rispetto a Spagna e Portogallo. Ad esempio, il 19% degli intervistati italiani aderisce al modello “uomo capofamiglia – donna caregiver” e una parte significativa sia delle donne (29%) che degli uomini (32%) ritiene che le differenze biologiche rendano le donne naturalmente più adatte alla cura dei figli. Nonostante i padri italiani esprimano il desiderio di partecipare più attivamente alla cura dei figli, il 68% di loro cita la mancanza di tempo dovuta agli impegni di lavoro come uno dei principali ostacoli. I padri riconoscono generalmente i vantaggi del congedo parentale retribuito per sé stessi (88%), per le loro partner (90%) e, soprattutto, per i loro figli (93%). In Italia, tuttavia, si registra anche una notevole resistenza sociale nei confronti dei padri che usufruiscono del congedo: solo il 39% dei padri italiani ha dichiarato di ricevere un forte sostegno da parte della famiglia e degli amici, a differenza del 50% in Portogallo e del 44% in Spagna.

Le implicazioni di queste politiche vanno ben oltre il nucleo familiare ristretto. Incoraggiando attivamente il coinvolgimento dei padri nella cura dei figli, queste politiche contribuiscono a una migliore conciliazione tra vita lavorativa e vita privata per entrambi i genitori, favoriscono legami emotivi più solidi tra padri e figli e, cosa fondamentale, permettono alle madri di mantenere il loro impegno nel mondo del lavoro retribuito, influenzando positivamente la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e i loro salari.

Il report sottolinea che le politiche sulla genitorialità dovrebbero quindi allinearsi agli standard dell’ILO, garantendo almeno 14 settimane di congedo retribuito al 66% dello stipendio, finanziate tramite la previdenza sociale, e includere un congedo individuale non trasferibile per i padri, insieme a opzioni flessibili.

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