Skip to main content

A novembre è stata pubblicata dall’istituto di ricerca di Credit Suisse l’ottava edizione del Global Wealth Report, un documento di grande importanza per capire a che punto siamo con la distribuzione della ricchezza nel mondo. Quest’anno, un capitolo viene dedicato all’analisi della condizione dei cosiddetti millennials, ossia quella parte di popolazione nata dai primi anni ’80 fino ai primi anni del nuovo secolo, e che è seguita alla cosiddetta Generazione X. «Il fondamento della ricerca – spiega Simone Siliani su Non con i miei soldi – consiste nella considerazione della ricchezza detenuta da 4,8 miliardi di individui adulti in 200 paesi, appartenenti alle diverse fasce di popolazione e a tutti gli strati sociali. Questo ci dice qualcosa non solo su quanta ricchezza circola nel mondo (oggi 280 trilioni di dollari, cresciuta di 16,7 trilioni rispetto al 2016), su quali siano le sue dinamiche nel tempo, ma soprattutto su chi la detiene».

L’analisi dell’istituto di ricerca in merito ai millennials non è molto incoraggiante: si rileva una situazione complessivamente peggiore rispetto alla generazione precedente, attribuita a fattori quali la crisi del 2008, regole più rigide nella concessione di mutui, prezzi delle case più alti, aumento della disuguaglianza nella distribuzione del reddito, ridotte coperture pensionistiche e minore mobilità dei guadagni. Lo studio va oltre nel cercare di dare delle risposte più definite a un problema complesso come la situazione dei millennials, e tra le possibili cause alla base delle difficoltà che stanno vivendo i giovani oggi individua «l’ombra gettata dai baby boomer nei Paesi sviluppati» (traduzioni nostre).

I baby boomer oggi hanno tra i 50 e i 70 anni – che statisticamente corrispondono alla fascia d’età in cui ognuno gode del massimo della ricchezza rispetto al resto della sua vita – occupano la maggior parte dei posti di potere e sono proprietari della maggior parte delle abitazioni, soprattutto quelle più care. Alcuni millennials sentono che il proprio sviluppo è in qualche modo ostacolato da questa situazione, e restano dunque in attesa che queste posizioni tornino vacanti, per potersele finalmente contendere. A livello statistico, dal confronto con i baby boomer si crea un paradosso per cui la coorte (cioè l’insieme) numericamente più piccola (in questo caso i millennials), solitamente destinata a stare meglio di quelle più grandi (perché un numero minore di individui compete per le risorse a disposizione), è invece quella più svantaggiata. C’è poi un altro aspetto che non fa ben sperare sugli sviluppi futuri del destino dei millennials, ossia il fatto che generalmente le coorti che vivono tempi difficili all’inizio del loro ciclo di vita conservano questo svantaggio fino alla fine. I baby boomer poterono approfittare di una serie di eventi favorevoli, che permisero loro di guidare l’uscita dalle difficoltà economiche causate dalle guerre verso un aumento complessivo della ricchezza. La crisi del 2008 e le sue conseguenze gravano invece pesantemente sulle possibilità dei millennials di migliorare le proprie condizioni.

Lo studio sembra sfatare anche l’idea che quella attuale sia la generazione delle startup, cioè dell’imprenditoria giovanile. Attualmente infatti solo il 2 per cento dei millennials negli Stati Uniti gestisce una propria attività, contro l’8 per cento degli appartenenti alla Generazione X e dei baby boomer. Il tasso di imprenditorialità nei Paesi Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) è sceso dal 17,6 al 15,8 per cento nel 2011, negli Stati Uniti dal 7,4 al 6,5 per cento nel 2015. Va detto che l’attendibilità di quest’ultimo confronto è indebolita dal fatto che le diverse coorti sono confrontate nello stesso momento storico, non alla stessa età: molti millennials che non hanno ancora avviato un’attività probabilmente lo faranno in futuro. Cosa che potrebbe essere stata ritardata proprio dalle difficoltà economiche degli anni seguiti alla crisi del 2008, per cui è possibile che prossimamente questa tendenza si inverta.

La percezione che i millennials siano una generazione di startupper è forse favorita dal fatto che molti Ceo di grandi aziende tecnologiche sono molto giovani (basti pensare a Marck Zuckerberg, Ceo di Facebook). In effetti, i miliardari sotto i trent’anni comparsi nelle liste di Forbes erano molto pochi fino ad alcuni anni fa (solo uno del 2003 e 2005), ma ultimamente sono aumentati: nel 2010 erano cinque, nel 2017 nove. Al di là di questo dato, che riguarda un numero decisamente piccolo rispetto all’insieme considerato, il quadro che deriva da questa analisi resta piuttosto preoccupante, ed è bene che la politica se ne occupi. Ma potrà la politica dei baby boomer portare beneficio ai millennials in un Paese come l’Italia, in cui a contare sono sempre di più i voti degli anziani, visto il tasso di invecchiamento della popolazione?

(Foto di Tim Gouw su Unsplash)

Privacy Preference Center