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Da giovedì 14 dicembre, l’Italia ha una legge sul testamento biologico. Solo due settimane prima, in un post su ZeroNegativo, davamo ormai per persa la battaglia, convinti che, complice l’approssimarsi della fine di questa legislatura, il tema sarebbe stato rimandato a dopo la prossima tornata elettorale. Invece è arrivata una bella sorpresa, uno di quegli esempi che dimostrano che anche in Italia si può fare, ogni tanto, della buona politica. Quando le forze politiche convergono su temi comuni senza scaricarsi le responsabilità alzando muri tra loro, quando si lascia – anche dentro partiti in cui prevale un parere contrario su questi temi – libertà di coscienza ai parlamentari.

Quella per l’autodeterminazione del paziente (concetto al quale la legge fa esplicito riferimento) è una lotta culturale prima ancora che politica. Una di quelle questioni su cui è difficile, per chi è contrario, dimostrare che ci sono dei reali rischi o addirittura dei danni derivanti dalla possibilità di ognuno di poter determinare quali interventi terapeutici autorizzare e quali impedire, in caso di impossibilità a comunicarlo. C’è chi teme che questa legge sia l’anticamera all’introduzione dell’eutanasia in Italia. Se anche fosse, quali sarebbero i rischi per la popolazione? Così scriveva in proposito, con una certa ironia, Ugo Cornia sul Foglio il 14 marzo: «Ecco a che cosa lo stato italiano obbliga certi individui: partire per la Svizzera in macchina e farsi cinque ore di viaggio con un radicale. Il radicale guida la macchina per te, perché tu non ce la fai più. Arrivi alla clinica. Si preparano le cose. Ecco: adesso puoi morire. Finalmente riesci a morire e te ne vai dall’intollerabile. Ma che cos’è che succede? Passerai gli ultimi tuoi momenti su questa terra stringendo per mano un radicale (e qui voglio dire che per tante cose io ho sempre trovato ottimi i radicali, li ho anche votati qualche volta). Perché lo stato italiano ti mette nella situazione di dover morire tenendo per mano un radicale?».

Ma non facciamo confusione parlando di eutanasia, perché il disegno di legge approvato dal Senato non ha nulla a che fare né con il suicidio assistito (cioè la possibilità di essere seguiti mentre ci si auto somministra volontariamente un farmaco letale), né con l’eutanasia (dove è il personale medico a somministrare il farmaco). L’unica cosa su cui interviene il disegno di legge n. 2801 è la possibilità, per chi voglia farlo, di compilare una dichiarazione in cui indicare quali tipi di cure permettere e quali no (in queste sono state fatte rientrare anche l’alimentazione e l’idratazione forzate), nel caso in cui una persona si trovi nell’impossibilità di farlo a seguito di una patologia o in caso di incidente.

Alcuni siti e giornali hanno pubblicato dei vademecum molto chiari e dettagliati sulle concrete disposizioni previste dalla legge, su quali aspetti il paziente è libero di decidere e su quali sono le modalità con cui esprimere le proprie volontà e nominare una persona di fiducia che si occupi di farle rispettare (o che prenda decisioni al posto del paziente sulla base della conoscenza degli orientamenti di quest’ultimo). Tra i tanti segnaliamo quello del Post, che in forma di domande e risposte contiene tutte le informazioni che occorrono.

Una delle questioni non del tutto chiarite dalla legge è il fatto che si preveda l’obiezione di coscienza da parte del medico. La legge impone comunque che sia la volontà del malato a prevalere e dunque, in caso di rifiuto da parte del medico, la struttura ospedaliera dovrebbe occuparsi di trovare un altro professionista disposto a rispettare le Disposizioni anticipate di trattamento (Dat). Secondo Mario Riccio, specialista in anestesia e rianimazione, dirigente medico presso l’Ospedale Maggiore di Cremona, che nel 2006 “staccò la spina” al respiratore che teneva in vita Piergiorgio Welby, quella dell’obiezione di coscienza «È un’opzione minoritaria. Viviamo nella medicina difensiva: una volta tolta ai medici la preoccupazione legale possono esistere dottori che “non se la sentono” e io ne ho pieno rispetto, ma la percentuale è davvero molto limitata e non c’è alcun problema – nel caso – ad aspettare il cambio turno per scegliere qualcun altro. Non vedo tuttavia lo spazio per un’obiezione di coscienza, perché il rispetto della volontà del paziente deve comunque prevalere».

Le possibili ripercussioni legali nei confronti dei medici sono alla base anche del cosiddetto “accanimento terapeutico”, altra questione su cui si esprime Riccio: «In bioetica internazionale [tale espressione] non si usa più: si usa il termine “futility” per indicare invece un trattamento che oggettivamente non può portare ad alcun miglioramento il soggetto. Un esempio sarebbe quello di operare un paziente a un singolo organo colpito da tumore sapendo che comunque il cancro si è già diffuso in tutto l’organismo. In Italia è una pratica ancora usata moltissimo, ma preferisco parlare di “over treatment” (sovra-trattamento): visto che siamo molto preoccupati per le eventuali azioni legali esistono l’eccesso di cura e l’eccesso di diagnosi che sono modi per mettersi al riparo. Il medico oggi ha tutti gli interessi per prescrivere otto esami clinici anziché i quattro che servirebbero».

(Foto di Hush Naidoo su Unsplash)

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