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Quest’estate Le Monde ha inaugurato una serie di articoli in cui esplora le diverse accezioni di umorismo in Europa. Il secondo episodio, datato 21 agosto, riguardava l’Italia, e ve lo proponiamo così come tradotto dal sito Presseurop.eu. L’autore è il corrispondente da Roma del quotidiano francese, Philippe Ridet.

Ogni settimana il disegnatore Francesco Tullio Altan dà voce sulle pagine dell’Espresso a personaggi panciuti dal naso pronunciato. Nell’esposizione a lui dedicata (dal 30 giugno al 7 ottobre) al Museo della satira e della caricatura di Forte dei Marmi (Toscana) troviamo una vignetta che ritrae due uomini seduti, in canottiera. Il primo dice: “Gli italiani sono troppo individualisti, Gaetà”. E il secondo risponde: “E chi se ne frega, cazzi loro”. Con questo sketch Altan riesce a illustrare perfettamente due caratteristiche dell’umorismo degli italiani: l’espressione dei loro difetti e la capacità di saperne ridere.

Gli italiani ridono di loro stessi, con ferocia e ironia ma sempre con una certa indulgenza. Da Nord a Sud sono una fonte inesauribile di scherzi e battute. I loro vizi presunti o reali (disunione, disorganizzazione, mancanza di senso dell’interesse comune, furbizia), quando non sono motivo di disperazione rappresentano un’occasione per mettersi in scena.

Quasi sconosciuto in Francia, il personaggio di Ugo Fantozzi -interpretato sul grande schermo da Paolo Villaggio- incarna l’archetipo dell’impiegato tormentato dalla sfortuna e in qualche modo rappresenta la sintesi di questa esaltazione dei difetti tutta italiana. «Quando ridiamo di Fantozzi -spiega Giovannantonio Forabosco, direttore del Centro di ricerca sull’umorismo di Ravenna- ridiamo di noi stessi».

Paese dai mille campanili, l’Italia è altrettanto ricca di prese in giro rivolte dagli abitanti del Nord a quelli del Sud, e viceversa. In Italia il film Bienvenue chez les Ch’tis ha dato luogo a due pellicole di grande successo: Benvenuti al sud e Benvenuti al nord. Questa divisione “etnica” può però funzionare anche all’interno di confini più stretti. A Bergamo prendono in giro gli abitanti di Brescia (distante 40 chilometri), a Firenze quelli di Siena (due città toscane divise da secoli di storia e battaglie).

Già nel Diciannovesimo secolo Giacomo Leopardi (1798-1837) s’interrogava sulla superficialità del ridere italiano nel suo Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani: «Gl’italiani ridono della vita: ne ridono assai più, e con più verità e persuasione intima di disprezzo e freddezza che non fa niun’altra nazione. Questo è ben naturale, perché la vita per loro val meno assai che per gli altri», spiega il poeta, che vedeva in questa tendenza a prendersi in giro reciprocamente il segno di una «disperazione cosciente» e di un sarcasmo permanente che porta al degrado dei rapporti personali e sociali.

La commedia “all’italiana” che fa felici i cinefili appassionati degli anni Settanta ha illustrato in modo molto efficace questo tipo di satira che stride fino a fare male. Questi archetipi derivano dalla Commedia dell’arte (il servo ladro, il carabiniere idiota, il padrone avaro), a loro volta avatar di personaggi del teatro latino. In poche parole, è da duemila anni che gli italiani ridono ferocemente gli uni degli altri. E le cose continueranno ad andare così.

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