Il panorama scientifico globale sta vivendo una fase di profonda riconfigurazione a causa delle scelte politiche fatte dagli Stati Uniti. A un anno dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, nonostante alcune preoccupazioni siano per il momento rientrate. la ricerca americana appare segnata da tagli netti, dalla cancellazione di migliaia di progetti e da un progressivo isolamento dalle reti di cooperazione internazionale. Come documentato in una serie di approfondimenti di Nature, l’amministrazione ha avviato il ritiro del paese da 66 agenzie globali, incluse istituzioni fondamentali come l’Organizzazione mondiale della sanità e l’Accordo di Parigi sul clima. Questo disimpegno non comporta solo una perdita di fondi, ma rischia di creare un pericoloso vuoto di leadership in settori cruciali per la salute pubblica e la stabilità del pianeta.
La decisione di abbandonare organismi come l’IPCC (il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, l’organo delle Nazioni Unite che valuta la scienza del clima) e l’IPBES (la piattaforma intergovernativa sulla biodiversità e i servizi ecosistemici) segna una frattura profonda con la comunità scientifica mondiale. Gli Stati Uniti, che storicamente contribuiscono per circa un quinto al bilancio dell’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite), stanno rinunciando al proprio ruolo di guida in ambiti che spaziano dalla conservazione ambientale alla sicurezza informatica. Gli esperti sottolineano che questo ritiro non colpirà solo i partner esteri, ma danneggerà gli stessi interessi americani, poiché molte sfide moderne – dalla protezione delle infrastrutture digitali alla gestione delle risorse idriche – sono intrinsecamente transfrontaliere e non possono essere affrontate in isolamento.
All’interno dei confini nazionali, l’impatto è stato ancora più immediato e visibile. Nel solo 2025, oltre 25mila persone tra scienziati e personale tecnico hanno lasciato le agenzie federali, molti dei quali attraverso programmi di dimissioni incentivate o a causa di licenziamenti di massa. Particolarmente colpiti sono stati enti come la NASA e l’EPA (l’Agenzia per la protezione dell’ambiente), i cui dipartimenti dedicati allo studio del clima sono stati ridimensionati. A questa emorragia di competenze si aggiunge la cancellazione o il congelamento di oltre 7.800 sovvenzioni alla ricerca (fondi già approvati ed erogati che sono stati interrotti improvvisamente), un evento che ha colpito duramente università e centri di eccellenza. Questa situazione ha spinto numerosi talenti a cercare opportunità fuori dal paese, alimentando una preoccupante “fuga di cervelli”.
Nonostante la gravità della situazione, il sistema scientifico sta mostrando segnali di resilienza. Il Congresso degli Stati Uniti ha parzialmente respinto i tagli più drastici proposti dall’amministrazione per il 2026, cercando di proteggere i bilanci di agenzie chiave come l’NIH (l’Istituto Nazionale di Sanità, il più grande finanziatore al mondo della ricerca biomedica). Tuttavia, l’incertezza rimane alta. La riduzione del 17% nelle iscrizioni di nuovi studenti internazionali nelle università americane suggerisce che il prestigio degli Stati Uniti come destinazione privilegiata per l’istruzione superiore stia vacillando. In questo scenario, paesi come la Cina continuano a guadagnare terreno nella leadership scientifica globale. La sfida per i prossimi anni non riguarderà solo la disponibilità di fondi, ma la capacità delle istituzioni scientifiche di difendere la propria integrità e indipendenza da pressioni politiche che mirano a screditare le prove basate sui dati a favore di agende ideologiche.
(Foto di SpaceX su Pexels)
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