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Vi siete mai chiesti quanti alimenti ultraprocessati consumate esattamente? È una domanda che in molti si pongono, soprattutto perché questi alimenti sono sempre più spesso collegati a problemi di salute. Gli alimenti ultra-lavorati (spesso chiamati UPF, da ultra-processed food) sono prodotti industriali, generalmente pronti da mangiare o da riscaldare, realizzati con ingredienti estratti da alimenti integrali e spesso contenenti additivi non utilizzati in cucina. Si pensi a cereali zuccherati, snack confezionati, pasti surgelati e bibite. Negli Stati Uniti, questi prodotti costituiscono una parte consistente dell’alimentazione delle persone, rappresentando a volte più della metà delle calorie giornaliere.

Gli scienziati stanno cercando di capire l’impatto completo di questi alimenti sulla nostra salute. Misurare con precisione la quantità di UPF consumata dalle persone è complesso, perché affidarsi esclusivamente a ciò che le persone ricordano e riferiscono di aver mangiato può essere difficile.

Un nuovo studio pubblicato su PLOS Medicine offre una potenziale soluzione: l’uso di marcatori presenti nel sangue e nelle urine. I ricercatori volevano verificare se fosse possibile identificare piccole molecole specifiche, chiamate metaboliti, collegate al consumo di molti alimenti ultra-lavorati. I metaboliti sono sostanze prodotte quando il nostro corpo elabora il cibo o in risposta a ciò che mangiamo.

Lo studio si è articolato in due fasi principali: in primo luogo, è stata osservata la dieta e i livelli di metaboliti di oltre 700 adulti negli Stati Uniti e, in secondo luogo, i risultati sono stati verificati in un piccolo studio controllato, in cui le persone hanno seguito diete specifiche.

Nella parte osservazionale, i partecipanti di età compresa tra i 50 e i 74 anni hanno tenuto traccia dell’assunzione di cibo per un anno, compilando online questionari dettagliati. Sono stati raccolti campioni di sangue e urina in momenti diversi e analizzati per misurare oltre 1.000 metaboliti diversi. I ricercatori hanno quindi confrontato l’assunzione media di UPF dei partecipanti (misurata come percentuale delle calorie totali giornaliere provenienti da UPF) con i livelli di questi metaboliti.

Hanno scoperto che centinaia di metaboliti, sia nel sangue (191 su 952 testati) sia nelle urine (293 su 1.044 testati), erano significativamente associati all’assunzione di UPF. Alcuni metaboliti erano più alti con un maggiore consumo di UPF, mentre altri erano più bassi. Ad esempio, un metabolita legato al consumo di verdure crucifere (broccoli, cavolfiori, cavoli, ecc.) era più basso nelle persone che consumavano una maggiore quantità di UPF, il che suggerisce che stavano mangiando meno verdure. Al contrario, un metabolita chiamato N6-carbossimetilisina, legato a patologie come il diabete, era più alto con una maggiore assunzione di UPF. Un’altra scoperta interessante è stata la presenza di levoglucosano nelle urine, un prodotto di degradazione spesso presente negli imballaggi alimentari.

Utilizzando un metodo statistico, gli scienziati hanno combinato gli insiemi di questi metaboliti in “punteggi di poli-metaboliti”, ovvero formule che utilizzano i livelli dei metaboliti per prevedere l’assunzione di UPF. Hanno creato punteggi diversi per il sangue e le urine. Per verificare l’efficacia di tali punteggi, gli studiosi li hanno testati su un gruppo separato di 20 partecipanti che vivevano in un ambiente controllato e a cui sono state somministrate due diete diverse per due settimane ciascuna: una con l’80% delle calorie da UPF e una con lo 0% di UPF. Lo studio ha rilevato che i punteggi dei poli-metaboliti nel sangue e nelle urine erano significativamente diversi quando le persone seguivano una dieta ad alto contenuto di UPF rispetto a una dieta a basso contenuto di UPF, all’interno dello stesso individuo. Questa differenza era statisticamente molto forte. In un altro studio condotto su un piccolo gruppo di quattro partecipanti, il punteggio delle urine è addirittura aumentato gradualmente man mano che l’assunzione di UPF passava dallo 0% all’80% delle calorie.

Questi punteggi dei poli-metaboliti potrebbero potenzialmente servire come strumenti oggettivi per misurare l’assunzione di UPF in futuro. Ciò potrebbe essere molto utile in grandi studi sulla salute, fornendo un metodo più affidabile per valutare la dieta rispetto alla semplice richiesta alle persone di indicare cosa hanno mangiato. Utilizzando questi marcatori oggettivi, i ricercatori potrebbero acquisire nuove conoscenze importanti su come gli alimenti ultra-lavorati influenzino realmente la nostra salute nel tempo. Anche se i partecipanti allo studio erano principalmente adulti anziani negli Stati Uniti, il che suggerisce che i punteggi devono essere testati in popolazioni diverse, questa ricerca è un passo importante verso una migliore comprensione dei legami tra dieta e malattie.

(Foto di Di Weng su Unsplash)

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