Dati i recenti sviluppi della politica statunitense, si aprono grandi opportunità per l’Europa di attrarre ricercatori e ricercatrici in cerca di condizioni di lavoro migliori. Alcuni scienziati hanno proposto un piano per portare tutti i paesi UE a investire almeno lo 0,75% del proprio prodotto interno lordo in ricerca pubblica. Ne scrive Scienza in Rete.
Se la leadership statunitense non pare più credere nella ricerca, tanto da indurre molti ricercatori a pensare seriamente di abbandonare il Paese, forse è arrivato il momento per l’Europa di rafforzare finalmente la sua competitività nel campo della ricerca e dello sviluppo, finora oscurata da Stati Uniti e Cina. A dire il vero è da molto tempo che l’Europa accarezza l’idea di una società basata sulla conoscenza. Almeno dalla strategia di Lisbona, da quando nel 2000 si dava l’obiettivo di garantire al continente una intensità media di Ricerca e sviluppo non inferiore al 3% del PIL. Questo obiettivo, almeno per la parte di investimento pubblico alla ricerca – che dovrebbe essere dell’1% – non è stato raggiunto nemmeno oggi, nel 2025. Solo un pugno di paesi, capitanati dalla Germania, l’hanno superato, mentre molti altri sono ben lontani dall’obiettivo. Oggi la media è dello 0,75%, ma con squilibri enormi.
Per questo un gruppo di scienziati europei di primo piano – Ugo Amaldi, Roberto Antonelli, Luciano Maiani e Giorgio Parisi – ha proposto recentemente un Programma ventennale per la ricerca pubblica europea (2026–2045), con l’obiettivo di portare tutti i paesi membri a investire almeno lo 0,75% del proprio PIL in ricerca pubblica. Si tratta di colmare un divario che oggi vede paesi come la Romania o l’Irlanda investire appena lo 0,14% o lo 0,19%, a fronte dell’1,1% della Germania.
Secondo gli autori, questa disparità è inaccettabile non solo per ragioni di equità, ma anche per la competitività dell’intero continente. Essa priva molti paesi delle infrastrutture e del capitale umano necessari per produrre buona scienza e per competere ad armi pari nei bandi europei, come quelli dello European Research Council, basati esclusivamente sulla qualità scientifica.
Il Programma proposto coinvolge 21 paesi e prevede un investimento complessivo di 180 miliardi di euro, metà dei quali sarebbero cofinanziati dall’Unione Europea. L’impegno medio annuo per Bruxelles sarebbe di 3,7 miliardi l’anno – una cifra modesta se confrontata con i 750–800 miliardi annui indicati dal Rapporto Draghi come necessari per sostenere produttività, transizione ecologica e autonomia strategica dell’UE. Di fatto questa cifra è una volta e mezza quella spesa ogni anno dall’ERC per finanziare i progetti vincitori.
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(Foto di Darko Stojanovic su Pixabay)
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