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L’associazione She is a Scientist ha lanciato un progetto per indagare i vissuti e le esperienze delle persone appartenenti alle comunità sotto-rappresentate che fanno ricerca in Italia, rispetto alle quali i dati non sono ancora sufficienti o mancano del tutto. Ne scrive InGenere.

Combattere le discriminazioni nel mondo della scienza e della ricerca a partire dai dati. Questo l’obiettivo del progetto Who Counts, lanciato dall’associazione She is a Scientist in collaborazione con onData per restituire una fotografia della ricerca da cui tutte le persone possano sentirsi rappresentate, documentando le esperienze delle persone Lgbtqia+, con background migratorio, disabilità o malattie invalidanti che, in Italia, lavorano in questi settori.

“Tutto è cominciato a febbraio, con la campagna Science, Humans, Equity (SHE)” spiega l’associazione, che dal 2017 è impegnata a valorizzare il contributo delle donne alla scienza attraverso progetti e attività in tutta Italia. “Volevamo raccontare le discriminazioni nel mondo della ricerca in Italia, dentro e fuori l’università. Ma i dati erano pochi o non c’erano. Così abbiamo deciso di iniziare dal basso, un passo alla volta. È nato Who Counts, un progetto che raccoglie le esperienze di chi fa ricerca e non appare come soggetto delle statistiche ufficiali”.

Come ricorda l’associazione, in Italia non esistono dati pubblici disponibili sulle persone con disabilità e malattie croniche invalidanti che lavorano nel mondo della ricerca, così come su quelle appartenenti alle comunità Lgbtqia+. Inoltre, secondo gli ultimi dati di Almalaurea, il 15,2% di chi ha conseguito un dottorato nel nostro paese nel 2023 è di cittadinanza straniera, con punte del 18,3% in alcune aree disciplinari. “Questa invisibilità è di per sé una forma di discriminazione: ciò che non viene misurato, spesso non viene riconosciuto né valorizzato” spiegano le curatrici di Who Counts.

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(Foto da Freepik)

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