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L’8 e il 9 giugno si terrà un referendum con diversi quesiti, tra cui uno che riguarda aspetti chiave del meccanismo di acquisizione della cittadinanza. La questione centrale è rappresentata dai requisiti richiesti ai cittadini extracomunitari che chiedono la cittadinanza italiana, un sistema che, secondo molti, trasforma la cittadinanza da un diritto fondamentale a un privilegio di difficile accesso.

Secondo la legge attuale, introdotta nel 1992, i cittadini extracomunitari maggiorenni devono dimostrare di aver risieduto legalmente in Italia ininterrottamente da almeno dieci anni per poter richiedere la naturalizzazione. Si tratta di un aumento significativo rispetto al precedente requisito di cinque anni, in vigore dal 1912. Il processo è ulteriormente complicato dai tempi di elaborazione delle domande, che spesso superano i tre anni. La proposta è di abbassare da 10 a 5 gli anni di residenza continuativa necessari per chiedere la cittadinanza (restano invariati altri parametri, come quello reddituale).

A complicare ulteriormente il percorso ci sono anche le questioni burocratiche e il potere discrezionale del Ministero dell’Interno, che può respingere le domande per motivi di varia natura. L’acquisizione della cittadinanza attraverso il matrimonio, invece, è molto più rapida. Anche i giovani nati e cresciuti in Italia, la cosiddetta “seconda generazione”, incontrano ostacoli, poiché l’attuale forma di ius soli richiede che la domanda sia presentata tra i 18 e i 19 anni e anche brevi periodi di lontananza dall’Italia durante l’infanzia possono rendere necessario il rispetto della regola dei dieci anni.

La cittadinanza definisce il rapporto tra lo Stato e gli individui, garantendo diritti civili, politici e sociali fondamentali, come il diritto di voto. Costituisce il nucleo dell’appartenenza e della solidarietà nazionale. Tuttavia, la cittadinanza funge anche da confine, separando nettamente i membri nazionali dai non cittadini.

L’immigrazione internazionale mette in discussione questo quadro. Gli immigrati, spesso fondamentali per l’economia, rimangono cittadini di altri Stati. Mentre ottengono l’accesso ad alcuni diritti, soprattutto quelli sociali legati all’occupazione e alcuni diritti civili, sono tipicamente esclusi dal diritto di voto fino alla naturalizzazione. Ciò crea uno squilibrio democratico per cui i residenti di lungo periodo sono soggetti alle leggi e alle tasse, ma non possono influenzarle attraverso il voto. Come scrive Welforum, citando Michael Walzer, questa situazione in cui alcuni decidono per tutti è considerata la forma più comune di tirannia. Questa esclusione può alimentare il risentimento dei cittadini nazionali che possono incolpare gli immigrati per le carenze dei servizi sociali e portare a politiche locali discriminatorie contro le quali gli immigrati non hanno diritto di voto. Inoltre, i cittadini di Paesi extracomunitari, pur costituendo una parte consistente degli oltre cinque milioni di residenti di lungo periodo, presentano tassi di povertà assoluta significativamente più elevati (35,1% per gli individui e 35,1% per le famiglie con soli stranieri, contro rispettivamente il 7,4% e il 6,3% degli italiani). Inoltre, hanno un accesso inferiore alle misure di sostegno al reddito, spesso svolgono lavori poco qualificati e mal retribuiti, devono far fronte a un elevato tasso di abbandono scolastico e a un più alto tasso di giovani che non lavorano e non seguono alcun percorso di formazione (NEET), e incontrano notevoli difficoltà nell’accesso a un alloggio e a un’assistenza sanitaria adeguati.

A livello globale, e all’interno dell’UE, si è registrata una tendenza verso politiche di naturalizzazione più liberali. Molti Paesi dell’UE, tra cui Francia, Germania, Portogallo e Svezia, richiedono solo cinque anni di residenza. Anche quando i periodi sono più lunghi, spesso esistono eccezioni e alcuni Paesi concedono ai residenti di lungo periodo il diritto di voto alle elezioni locali (tra questi anche l’Italia).

Alcuni citano il recente numero elevato di acquisizioni di cittadinanza in Italia (oltre 214.000 nel 2023 e 217.000 nel 2024) come prova di un sistema liberale. Tuttavia, ciò è dovuto in gran parte al fatto che oltre cinque milioni di residenti di lungo periodo, molti dei quali sono arrivati decenni fa, soddisfano solo ora il requisito di residenza decennale esteso, spesso dopo ritardi e rifiuti. Nella maggior parte degli altri Paesi dell’Europa occidentale, queste persone avrebbero ottenuto la cittadinanza molto prima. Un ostacolo significativo alla riforma è la narrazione pervasiva che collega la cittadinanza al “merito” e a una singolare “identità nazionale”. Forte del supporto di alcune fazioni politiche, questa concezione inquadra la cittadinanza come un premio da guadagnare o da concedere con parsimonia, piuttosto che come un diritto. L’idea di un’identità nazionale monolitica, spesso definita da stereotipi culturali, viene usata per creare una divisione tra “noi” e “loro”, implicando che le persone di origine straniera debbano liberarsi di aspetti del loro background e aderire a presunti “valori italiani” per essere accettati. Questa retorica del merito e dell’identità ha contribuito a rendere culturalmente accettabile il ritardo di una riforma significativa.

L’imminente referendum, sebbene sia incentrato solo sulla riduzione del requisito di residenza per gli adulti da dieci a cinque anni, è considerato un’opportunità cruciale. Il referendum, infatti, riapre il dibattito sui residenti adulti nati all’estero e crea uno spazio politico per sfidare la narrazione dominante secondo cui la cittadinanza sarebbe un privilegio. Sposta l’attenzione sull’idea di diritti e permette di riconoscere i residenti di lungo periodo come membri a pieno titolo della società. La partecipazione attiva è importante,  perché segnala alle istituzioni politiche la volontà di plasmare la cittadinanza per un futuro sempre più inclusivo, basato sull’uguaglianza e sulla dignità di tutti.

(Foto di albyantoniazzi su Flickr)

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